“Guernica” di Carlo
Lucarelli
critica
Dopo aver assimilato con
attenzione il testo, ho notato il sovraccarico di citazioni in lingua e i
fastidiosi corsivi, che rallentano troppo l’esigente lettura non per tutti.
Ho trovato “Guernica” in alcuni passaggi ridondante e ho mal digerito l’opera.
E’ un vero peccato perché posso affermare che l’ossatura della storia è
interessante, anche se la descrizione è a volte accademica.
Alcune azioni, confondono il lettore costringendolo a ritornare alle pagine
precedenti, per verificare le diverse scene. Poi qualche frase sconcerta (ne
riporto una... pag.56) “Lo guardai e da come mi guardò guardarlo capii che aveva
capito che avevo già capito anch’io.” Troppe spuntature di questo tipo
interferiscono fastidiosamente con la scorrevolezza.
“Guernica”
di Carlo Lucarelli
quarta di copertina
Leggendo “Guernica”
il lettore sarà preso per mano e fatto transitare su autentiche scene, reali a
tal punto da condizionare il lettore, che in simbiosi con l’autore, vivrà la
stupenda narrazione che scorre fluida, dalla sapiente penna di Carlo Lucarelli.
Un passaggio emblematico del libro.
… non lo avrei ammazzato se fosse stato fermo e zitto, volevo saperne di più.
«E il tenente che stiamo cercando? Dov’è, adesso? E’ vivo?
«Si, è vivo. Se ne va in giro per la Spagna ammazzando tutti quelli che
incontra, rossi o neri che siano. Li strangola, gli spacca la testa, li
sbudella, li sbrana a morsi, ma a nessuno gliene frega niente… hanno deciso di
ignorarlo, repubblicani o nazionalisti…
«Sta andando a nord sulla strada per Guernica…
La vicenda storicamente, è ben collocata nel 1937, dove viene rievocata la
guerra di Spagna, in un contesto di atroci battaglie. Il tutto viene caricato di
importanti emozioni personali, ed ansie per i protagonisti oltremodo reali. Non
mancano suspence, turbamenti ed eccitazioni, con sfumature di reale crudeltà,
che faranno percepire alcuni personaggi come disumani, spietati, sanguinari.
“Guernica” di Carlo
Lucarelli
ultimo atto
Avevamo viaggiato tutta la
notte e quell’alba ci sorprese gelida, malata e tremante come il mio capitano
che cercavo di tenere coperto su quel ronzino che procedeva lento verso una
menta sconosciuta.
Guernica. Il cartello che indicava la città era a terra, appoggiato ad un
sasso e l’erba quasi lo copriva e mi sorprese come l’alba. Eravamo arrivati ma
non sapevo bene a fare cosa, ormai ero convinto che stessimo rincorrendo per
tutta la Spagna il fantasma del lupo, il tenente amico morto del mio
capitano.
«Siamo arrivati»
«andiamo avanti Stella andiamo avanti» disse il mio capitano disfatto dalla
febbre.
«Siamo arrivati a Guernica, dovremo domandare per sapere qualcosa» non ebbi
risposta ed allora arrivai ad una casa abbandonata e diroccata, dove quattro
pareti della stalla, ancora resistevano. Aiutai il mio capitano a scendere dal
ronzino e lo sistemai febbricitante in un angolo coprendolo al meglio che
potessi.
Mi allontanai per trovare cibo e con uno scambio da alcuni balordi, riuscii ad
avere un formaggio e qualche pagnotta secca, il sostentamento era assicurato
almeno per un paio di giorni. Tornai e trovai il mio capitano un po’
rinfrancato, forse la febbre era calata, ma lui ancora farneticava.
«Aspettami o mia dolcissima e ti porterò Vittorio nostro» non avevo avuto
informazioni sul lupo, che tutti consideravano una leggenda per zingari,
una fiaba per spaventare i bambini. Restammo in quella stalla semi diroccata,
anch’io avevo bisogno di riposare, la notte arrivò lenta e la luce diminuì
gradualmente permettendoci di vedere il blu del cielo che lentamente
s’impossessava d’ogni cosa. Al mio capitano era nuovamente cresciuta la febbre e
vaneggiava, mentre io stringevo la mia Mauser dal fodero di legno.
«Vittorio, amatissimo Vittorio» sentii mormorare il mio capitano. Mi ero
appisolato. Di colpo spalancai gli occhi ed una figura che non aveva nulla
d’umano ci stava guardando. Gli occhi piccoli e tondi, il naso arricciato faceva
sollevare il labbro superiore mostrando i canini che digrignavano con un orrendo
ringhio. Puntai spasmodico la Maser, ero pronto a sparare, incredibilmente chi
cercavamo era lì, davanti a noi pronto ad aggredirci, a sbranarci.
Quell’uomo, non aveva più nulla d’umano ed io non sparai solo perché con un
rapido movimento il mio capitano, mi strappò la Maser dalle mani.
«Vittorio, amico carissimo» L’amico morto del mio capitano, ebbe un attimo
d’esitazione, prima di lanciarsi rabbioso contro di noi, pronto a sbranarci, a
squarciare il nostro petto per addentarne il cuore. Mi sentii perduto. La Maser
sparò sorprendendomi, il mio capitano riversò tutto il caricatore sul petto del
lupo, che stramazzò incredulo.
«O mia dolcissima, ti porterò Vittorio nostro, caduto in uno scontro, colpito al
petto dalla mitraglia. Andiamo Stella, ora possiamo tornare»
«Sì mio capitano».