Questi sono soltanto alcuni degli
innumerevoli scritti che spaziano
nei diversi stili e,
tutti
si prefiggono lo stesso scopo, quello di far passare un po' di tempo
in modo piacevole.
titoli
e numero di cartelle










Rifiorire
«Ehi, c’è
quella scema di Cindy!» Sussurrò Oswald all’amico guardando verso la ragazza. Il
balordo stava passando sulla strada davanti alla casa di Cindy e lei lavorava
nel giardino, chinata davanti a un roseto.
«Ah, quella… che cazzo fa tutto il giorno, non la vedo mai in giro.» Domandò
Lorenzo.
«Una sfigata così che vuoi che faccia, può badare solo il giardino!» Rispose Oswald
denigrando la bella ragazza per lui inavvicinabile. Si chiamava Osvaldo, ma si
faceva chiamare Oswald, perché gli sembrava più nobile.
«Però ha le tette grosse e un bel culo, una ripassatina ce la darei volentieri!»
Affermò voglioso e brutale Lorenzo. La ragazza era chinata fra una Rosa
Sarmentosa di San Giovanni e una piccola Rosa comune dai fiori purpurei. Si
sentì osservata, si girò e li vide, per una spontanea e naturale reazione
pudica, con la mano tirò la leggera vestaglietta, coprendo le cosce bianche che
avevano già stimolato i due.
La posizione economica di Cindy, data dai beni di famiglia, era decisamente
agiata e le
permetteva di non lavorare, quindi restava con le cose che più le piacevano.
Dopo la strana morte dei genitori, Cindy viveva sola, usciva raramente per le
compere e lo faceva sempre con poco entusiasmo. Si era progressivamente
allontanata dalla piccola comunità, ma questo non le interessava, per lei
socializzare era molto banale. La sua casa era una delle più curate del paese e
Cindy era felice solo col suo giardino e con le Rose. Era semplicemente
innamorata di quei fiori e le piaceva accompagnare la loro crescita, giorno dopo
giorno. Per questa serenità ormai acquisita, Cindy trascurava volentieri i
pettegolezzi che la riguardavano.
I due balordi si fissarono l’un l’altro e l’intesa fu presto fatta. Per loro
entrare nell’abitazione della ragazza fu facile e la stessa notte agirono. Una
volta entrati, svitarono la piccola lampada notturna che rischiarava la sala e
da quel momento divennero solo ombre scure e indistinte che vagavano nella casa.
I due balordi entrarono silenziosi nella camera di Cindy che dormiva
profondamente, si divertirono a girarle attorno, poi lentamente tolsero il
lenzuolo che copriva quel corpo rilassato. Lei si mosse sinuosamente e appena i
due videro che stava per svegliarsi, le furono sopra. Una mano arrogante bloccò
la bocca della ragazza e un’altra stappò con furore la delicata biancheria
intima. Il terrore di quello sguardo era sconvolgente, ma loro erano insensibili
a qualsiasi sensazione.
«Lo dicevo che aveva un bel culo, questa per me è pure vergine, chi vuoi che se
la sia fatta!» Quella fu l’unica frase che scaturì da quell’animalesca e
inconcepibile violenza. Con gli occhi sbarrati, lei guardò il buio, vuoto e
insensibile,
allontanò le sensazioni dal suo corpo e quella distanza mentale le permise di
attenuare il
dolore. Passò un tempo indefinito e i due sciagurati portarono a termine il loro
crimine. La dolce Cindy subì lo stupro senza potersi difendere, ma i due
disperati non sapevano che Cindy non era sola, lei era ben protetta. Con lei
c’erano sempre le sue Rose.
Un delicato profumo si sparse nell’abitazione, la gradevole e intensa fragranza
avvolse sia l’interno che l’esterno della casa, ma Oswald e Lorenzo la
percepivano come un fetore pestilenziale. Quando furono nella sala, lasciando il
corpo della ragazza disteso sul letto, capirono che il tanfo da loro avvertito
proveniva dalle Rose. Rose splendide dai colori radiosi, fiori bianchi di
un’incredibile purezza, rosa chiaro, o rosso violento e poi, gli intensi e
velenosi gialli. C’era la bella Rosa Banksiae e la famosa Rosa Canina, la
semplice Rosa Chinensis e altre, ma tutte avevano qualcosa in comune. Fra le
innocenti foglioline dal margine seghettato, nascondevano un fusto provvisto di
aculei. Immediatamente parve che le piante e i fiori che dominavano l’abitazione
prendessero vita. I due immondi soggetti uscirono di corsa, erano guidati dai
loro piccoli cervelli e dal loro istinto animale che gli aveva comunicato di
scappare subito da quella casa.
All’esterno i due trovarono tutte le piante imperlate di rugiada, era come se
lacrimassero per l’aggressione subita dalla dolce Cindy. Una Rosa rampicante dai
cinque meravigliosi petali che determinavano la specie selvatica, sfiorò la mano
di Lorenzo che era stato il primo a lanciarsi attraverso la porta d’ingresso,
gli aculei s’incunearono a fondo nella carne viva dell’uomo che gridò. A Oswald
fu riservato lo stesso trattamento, un alberello molto curato sembrò prendere
vita e l’avambraccio sanguinò per effetto della penetrazione degli aculei più
che affilati. Scapparono sgomenti e scomparvero nella notte, nera come la loro
anima. Il giorno dopo la violenza Oswald e Lorenzo morirono colpiti da una rarissima
e fulminante infezione tropicale.
Era passata solo una settimana dall’aggressione, nessuno aveva saputo niente e
dopo l'angoscia iniziale, la ragazza si era imposta di dimenticare cancellando
il suo dolore, perché sapeva di dovere rientrare nella normalità. Si preparò per uscire comportandosi
normalmente e si sentì serena. L’Acqua di Rose che usò aveva delle proprietà toniche
ideali per la sua pelle bianca, l’olio essenziale di Rosa la accontentò penetrando nei pori
e donandole una delicata e attraente fragranza.
Cindy arrivò in centro, entrò nel bar principale e tutti i presenti si stupirono per la
sua luminosità, l’ambiente brillò per lo splendore riflesso che proveniva dalla
giovane, un
ragazzo gentile le rivolse un delicato complimento che lei accettò con un
sorriso e tutti notarono che Cindy era cambiata, era rifiorita in modo superbo, ma in
fondo per lei era normale.
Era primavera, la stagione delle Rose.
Era maggio, il mese delle Rose.
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«Ma tanto la guerra la fanno i
grandi!»
«No! La guerra la fanno le televisioni!»
«Cosa vuol dire la fanno le televisioni?»
«Si... la fanno loro sono sicuro!»
«Io non ci credo!»
«Io di quelle guerre non ho mai visto neppure un morto, tu hai visto
dei morti?»
«No!»
«Hai capito adesso? I morti sono solo in TV, quello che fanno vedere è come una
specie di film, i grandi pensano che visto al telegiornale sia più
bello!»
«Non sono proprio sicuro!»
«Io si… non c’è neanche un morto... è tutto finto!»
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Dal momento che presi la decisione di conoscerla
meglio non scambiai con lei più di dieci parole, però fra di noi c’erano stati
almeno diecimila sguardi intensi e il contenuto era assolutamente esplicito.
Barbara aveva capito perfettamente le mie intenzioni e io avevo individuato da
tempo le sue.
«Quand’è che mi inviti a colazione?» Le domandai
con noncuranza mostrando un atteggiamento indisponente e cercando di infondervi
anche una palese superiorità.
«Beh… dovrei invitarti io…?» Rispose con uno
sguardo leggermente irritato, non la lasciai finire.
«Si…! Se sei gentile si! Però non voglio
scocciarti, facciamo così! Adesso ci pensi, poi la prossima volta che ci
vediamo, se finisci presto, mi inviti!» Lei fece un’espressione decisamente
meravigliata perché era il tipo che di sicuro riceveva molte proposte, ma forse
nessuno le aveva mai domandato di essere invitato. La risposta di Barbara fu un
atteggiamento di attesa, mi stava comunicando qualcosa del tipo: “Non so!
Fammi pensare!”. Sorrisi e andai via quasi come se la risposta non avesse
tanta importanza. Non volevo trasmetterle un'apprensione che non
c’era. Mi allontanai sbirciando l’atteggiamento della ragazza e la vidi ancora
inchiodata da quella richiesta, stava pensando toccandosi i capelli. Se si fosse subito
messa a fare qualcos’altro, avrei capito che la domanda era caduta nel vuoto, ma
l’atteggiamento e la titubanza erano chiari. Stava pensando e c’erano buone
speranze per una risposta positiva.
Barbara, chiamata dagli amici Barbarina, è una
ragazza mora poco più che ventenne dal viso spiritoso, è un soggetto che mi
piace e il suo fisico l’ho da subito considerato molto interessante. Lei è il
tipo che stimola le idee senza troppe premesse.
Passarono alcuni giorni, poi
venne la sera della presunta risposta, il breve dialogo di alcuni giorni prima
che in caso di accettazione prevedeva in sé anche un’intesa di massima, doveva
averla fatta pensare molto perché quando incrociai il suo sguardo, aveva un
atteggiamento del tipo: “Non ho ancora deciso!”. Invece la mia silenziosa
risposta a quello sguardo era del tipo: “Non ha nessuna importanza!”.
Quella sera Barbara indossava con poca
ricercatezza un top bianco che conteneva a fatica un seno invidiabile. La quarta
abbondante, per via della sua età, sfidava leggi cosmiche difficilmente
battibili. La vertiginosa mini nera fatta tutta a pieghette, era talmente
leggera che ad ogni spostamento metteva in mostra le cosce ben tornite e molto
abbronzate. In vita, una fascia di pelle evidenziava i fianchi allettanti e
adeguati all’immagine. Complessivamente l’insieme di Barbara era davvero
armonioso e per chi la guardava era decisamente gradevole. La sua silhouette è
tutt'ora quella della classica ragazza considerata dall’altro sesso come: “Una
bella figa!”
Quando i nostri sguardi si incrociarono capii
che la decisione era presa. Mi avrebbe invitato.
Avevo calcolato tutto, di solito Barbarina finiva
alle tre e pensai che fino alle sette c’era tutto il tempo che serviva. Forse
per noi, era libera la stanza presa in affitto con una amica che quella sera
dormiva fuori e per me quella soluzione andava molto bene. Altrimenti pensai ad
un albergo, ma con lei sarei stato disposto a passare qualche piacevole ora,
anche in auto. Pregustavo quel contatto guardando l’orologio.
Passarono le tre e questo mi scocciò molto, mi
feci vedere da lei e notai che aveva il viso atteggiato all’impotenza
determinata dalla situazione.
Si fecero le quattro e poi le quattro e mezzo,
Barbara mi stava comunicando con lo sguardo una irritazione crescente, era
evidente che al nostro incontro ci teneva quanto e forse più di me. Barbarina si
liberò solo verso le cinque. Ci cercammo con gli occhi, fra di noi non c’era
alcun bisogno di parole, ormai era chiaro, tutto il nostro intrigo era saltato.
Barbara era nervosa e si mordicchiava il labbro inferiore, poi ebbe come
un’illuminazione e passandomi vicino, senza che gli altri la potessero sentire,
disse piano:
«Mi segui?» Non sapevo casa avesse in mente, comunque la seguii. Salii sulla mia auto e guardai l’orologio, erano le
cinque e dieci. Barbara partì con la sua utilitaria e quasi non le stavo dietro
tanto spingeva sull’acceleratore, arrivò a destinazione in cinque minuti e trovò
casualmente un parcheggio, si infilò in quel posto e io rimasi con la mia
machina in mezzo alla strada come un idiota.
Eravamo in pieno centro vicino alla rotonda e per
sistemare la mia auto non c’era un posto neppure a pagarlo, lei si avvicinò e
io abbassai il finestrino per sentire cosa mi avrebbe detto:
«Mi aspetti? Faccio prestissimo!» Non feci tempo
a dire niente che era già sparita. La guardai attraversare la strada con passo
veloce. Barbara salì al primo piano ed entrò nel locale, io mi predisposi
all’attesa. Ero in seconda fila ma traffico d’auto non ce n’era, quindi restai
dove mi trovavo, ebbi fortuna perché poco dopo davanti a me, una macchina se ne
andò e io mi posizionai al suo posto, proprio di fianco al tronco di un grosso
pino. Guardai l’orologio, si erano fatte le cinque e trenta, in effetti Barbara
era rimasta in quel locale poco più di dieci minuti che a me erano sembrati
lunghi come ore. La vidi tornare sempre col suo passo frettoloso e si infilò
nella mia auto, però nel sedile dietro e lo sguardo fu sufficiente, mi stava
dicendo: “Allora? Cosa aspetti? Perché non vieni dietro?” Io scesi
dall’auto e risalii dallo sportello dietro, sedetti al suo fianco senza dire neanche una parola.
Non ci baciammo, non ci abbracciammo, non era
necessario, però l’atmosfera che stavamo vivendo non era fredda e lei non era
distaccata o indifferente, eravamo guidati solo dall’istinto ed entrambi
sottoposti a uno stimolo primordiale, la natura ci stava guidando e obbligando.
Non occorreva alcun preambolo e il petting non era contemplato in quel clima già
troppo stimolato. Lei posò lievemente la mano su di me in modo sensuale e fu
come se mi avesse detto: “E’ il momento, facciamolo!”. Io ero già pronto
e Barbara lo era da tempo perché fremeva, slacciò in fretta l’unico bottone
della gonna e solo allora capii a cosa servivano tutte quelle pieghette, la
striscia di stoffa leggera si allargò e ci coprì. Lei si sollevò leggermente e
infilò la piccola mano fra le sue natiche, spostò velocemente il tanga o il
perizoma che non vidi e si posizionò in modo da ricevermi. Insinuai la mano e
toccai piacevolmente la sua morbida intimità, Barbara era completamente bagnata
e questo mi portò immediatamente all’apice dello stimolo. Non era passato
neppure un secondo che ero dentro di lei, fasciato dalla sua soffice
gradevolezza. L’accogliente tepore di Barbara, mi propose un momento fatto di
profumo e rugiada e io lo accolsi attivando tutti i sensi per goderne pienamente
nel modo migliore.
Nonostante fossimo in centro, l’eccitazione era
tale che l’articolo del codice atti osceni in luogo pubblico per noi non aveva
alcun significato, comunque avere un rapporto in pieno centro non è il massimo
dell’appagamento, le tensioni da tenere sotto controllo portano via troppo alla
gradevolezza.
A parte il codice che non permette certe
situazioni, c’è anche il rischio che qualcuno possa riconoscere l’auto e
vedendoti, bussare al vetro per salutarti. Il buio stava per essere cacciato
dall’alba e di sicuro entro un quarto d’ora, saremmo stati illuminati dalla
prima luce, pallida ma sufficiente, però anche questo fatto era trascurato dalla
smania che ci possedeva. La posizione era scomoda però lo stuzzicante stimolo
rimediava egregiamente e noi stavamo agendo come sotto l’effetto di un potente
afrodisiaco. Era passato poco più di un quarto d’ora ed eravamo già sudati
come dentro a una sauna. Di punto in bianco sentii Barbara scossa da un
sussulto, la guardai interrogativo, lei rallentò l’ansito e faticosamente
disse:
«Che ora è?» Era imperlata di minuscole
goccioline, era eccitata ma anche accorata, non mi sembrava proprio il momento
giusto e non capivo l’urgenza di quella domanda, ciò nonostante con uno sforzo
che non avrei voluto compiere tornai col cervello sulla Terra e guardai
l’orologio.
«Sono quasi le sei!»
«Scusa, perdonami, torno subito!»
«Barbara! Che cazzo fai…!» Non ebbi il tempo di
dire nient’altro che lei, creandomi una grossa tensione, si sfilò fisicamente da
me e tenendo stretta la gonna pieghettata scese dall’auto. Fui costretto a
mettermi le mani sopra guardando innervosito che nessuno avesse visto la scena e
l’ansia mi crebbe immediatamente. Barbara salì nuovamente in quel locale e io
dopo essermi coperto con una maglietta mi ritrovai nuovamente in attesa.
La luce era ancora scarsa ma diventava ogni
minuto sempre più intensa. Stavo pensando di passare nel sedile davanti e
andarmene, quando comparve Barbara, anche questa volta non erano passati più di
dieci minti. Nuovamente salì dietro e si sedette al mio fianco, mi guardò
eccitata, era provocante e immorale. Si spostò nuovamente il filo del tanga e
con una voce bassa e sensuale, ma anche pervasa da un leggero ansito di
emotività sussurrò:
«Dai… dai… facciamo ancora…! Facciamo ancora un
po’…!» Ero irritato dalla situazione, però dovevo sottostare all’atmosfera e
alla piacevolezza che Barbarina portava con sé. Lei si collocò esattamente nella
posizione che aveva lasciato qualche minuto prima e il suo calore delizioso,
assieme al benefico scambio dei nostri fluidi, mi conquistò nuovamente. Ero
tornato come d’incanto nell’estasi e godevo ancora di quel momento.
Il popolo della notte, assorbito dall’orario e
dalla luce, era scomparso come d’incanto, attorno a noi comparivano i primi
personaggi più mattinieri e svegli, ma anche più curiosi. Di certo qualcuno
aveva osservato la nostra posizione non proprio naturale e il leggero movimento che preludeva
l’amplesso dolce, moderato, adeguato al posto dove eravamo, però inequivocabile.
Il nostro intento era di non far notare troppo la cosa, io avevo gli occhi
chiusi e devo ammettere che Barbara mi stava facendo stare bene, poi, com’era
già successo poco prima, lei si distolse mentalmente, si bloccò, inspirò
profondamente aria per riuscire a parlare e con la sua voce sottile disse:
«E’ tardi! Che ora è?»
«Barbara…! E che cazzo..! Che ti frega
dell’orario…!» Ruggii sottovoce.
«Scusami… ti prego, devo sapere!» Stavo perdendo
la pazienza e quello che mi tratteneva ancora dall’offenderla, era solo il forte
coinvolgimento che stavo subendo da quel rapporto sessuale non ancora
interrotto. Visto che non le rispondevo, Barbara guardò l’orologio che avevo al
polso e l’orgasmo che la fasciava e la faceva godere si infranse davanti al
tempo trascorso, lo stesso tempo che veniva ignobilmente scandito dalle lancette
odiose.
«Devo andare… scusa… devo farmi vedere dal mio
ragazzo, se pensa che sia andata via senza salutarlo, si incazza di brutto e poi
mi mena pure…!» Si sfilò come aveva fatto poco prima e mi lasciò completamente
bagnato dei suoi umori. Il suo fluido mi era colato sopra le parti intime,
sacrificandomi sull’altare del desiderio spezzato.
«Cazzo Barbara. Ancora!» Ero furibondo.
«Scusa, torno fra pochissimo, scusa!»
«Barbara, se te ne vai puoi fare a meno di tornare!»
«Non posso, devo farmi vedere!»
«Cazzo, non ho parole! Sei proprio una figa di
legno e per di più stronza!»
«Dai, non fare così! Scusa! Riprendiamo fra un
po’, dai, per favore!» La sua era una preghiera, ma io ero rabbioso. Lo
sportello dell’auto si aprì e lei scivolò fuori prima che i miei riflessi
appannati mi permettessero di afferrarla e non farla scappare ancora. Se fossi
riuscito a bloccarla in macchina, probabilmente l’avrei colpita, invece, non
potevo far altro che insultarla attraverso la portiera aperta, coprendomi
nuovamente.
«Barbara! Vai nel casino, sei proprio una figa marcia!» Lei si girò, mi guardò,
non disse niente ma con passo veloce tornò al primo piano del palazzo di fronte
per sparire ancora una volta in quel locale. Dopo essermi asciugato alla meglio
con dei tovagliolini di carta, mi coprii, mi rimisi in ordine e scesi dall’auto.
Mi posizionai alla
guida con una tensione che non avrei voluto avere e feci la rotonda avviandomi sulla strada del ritorno.
Nonostante l’orario il traffico era aumentato, una moto di
grossa cilindrata mi superò sfiorandomi a velocità pazzesca, per affrontare
subito dopo il dosso senza vedere cosa c’era dall’altra parte. Sentii un forte
rimbombo e il frastuono di un incidente. Arrivato in cima al dosso, mi fermai
perché il tizio sulla moto aveva fatto una carambola con due auto che si stavano
superando e lui non era riuscito ad evitarle passandoci in mezzo. Le aveva
colpite entrambe e poi era caduto. Per fortuna non mi aveva toccato e quando lo
vidi in piedi, sperai solo che facesse presto a spostarsi, zoppicava
vistosamente ma tutto sommato gli era andata bene. Lo aiutarono a spostare la
moto pressoché inservibile e io appena trovai il varco, lo infilai e tornai da
dove ero venuto.
C’erano almeno cinque persone che mi guardavano
come se mi aspettassero, ma forse era solo una mia impressione, un mio
collaboratore, guardandomi e chiaramente intuendo quello che poteva essermi
successo, sorridendo disse:
«Beh, dove sei stato?» Risposi
con tono abbastanza irritato:
«E che cazzo! Adesso cosa devo rendere conto a
te?» Sul mio interrogativo, intervenne una delle ragazze presenti che parlò come
se la cosa fosse ormai di dominio pubblico e quindi si sentisse motivata a dare
un parere. Dopo avermi dato una lunga occhiata eloquente, sussurrò laconica.
«Certo, che con quei capelli!» Ero sudato e in
effetti dal mio aspetto si poteva intuire molto. La battuta però che mi fece
mostrare un imbarazzante rossore e che mi stimolò a uscire dalla stanza, la
disse l’altra ragazza presente. Mi guardò con un sorrisetto ironico e scuotendo
la testa aggiunse:
«Tanto, se ne sono accorti tutti!»
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«Cazzo Mario! Quella ti sta appiccicata come una piattola!»
«Tu Alan sei sempre il solito esagerato!»
«Esagerato? Non direi proprio, è la prima volta che ti becco da solo, in pratica
lei c’è sempre!»
«Va beh, Paola è un’amica e mi fa compagnia!»
«Un cane ti fa compagnia! Un gatto ti fa compagnia! Quella invece rompe i
coglioni!»
«Che cazzo dici! Se non le faccio un cenno non si avvicina neppure e poi, è
sempre così carina!»
«Non voglio dire che non sia carina, anzi, tutt’altro, però non capisco come fai
con Simonetta e come faccia lei a sopportare Paola vedendo che è sempre lì che
ti sbava addosso!»
«Simonetta sa che siamo amici e non è che Paola mi sbava addosso, solo che ormai
s’è sparsa la voce e se lei mi guarda tutti lo notano, ma torno a dire che è
solo un’amica e poi, cos’è sta specie di interrogatorio, non sarai mica geloso!»
In effetti ad Alan, Paola piaceva molto ed era scocciatissimo che la ragazza
avesse occhi solo per Mario nonostante lui avesse un’altra femmina.
«Figurati! E’ solo che questo non è molto normale!»
«Stai esagerando, lo ripeto per l’ultima volta, è solo un’amica!»
«Va beh, adesso fai lo scocciato, quindi lascio perdere, però, torno a dire che
non è una cosa normale!» La storia singolare di Mario era iniziata praticamente
solo da alcuni mesi. Quasi tutti quelli del suo gruppo avevano la compagna fissa
e lui come gli altri, era per così dire accompagnato.
Al momento, Mario stava con Simonetta, lui però si distingueva dagli altri del
gruppo, perché da quando era nata l’amicizia con Paola, oltre alla ragazza
pressoché fissa, aveva anche l’amica pressoché fissa, inoltre, già da prima
dell’estate, la voce si era sparsa e sembrava che tutti mettessero in relazione
lui e la sua amica Paola, ragazza insolita e amica in esclusiva.
Alan stava leccando un gelato perché si era lasciato coinvolgere dalla golosità
di Mario che era senza dubbio il più goloso che conoscesse, erano seduti sugli
sgabelloni del Dixy e stavamo parlando di donne come al solito, dicendosi
cazzate a vicenda, però avevano smesso di parlare di Paola perché entrambi
avevano capito che la conversazione stava diventando fastidiosa, poco dopo
arrivò Paola con un amica decisamente sciatta, Alan sentì un tonfo al cuore,
però forzandosi esclamò ironico:
«Eccola di nuovo!»
«Non ricominciare!»
«Ok, ok.» Paola, con la sua camminata elegante e naturale, si era diretta con
l’amica a un tavolo vicino, l’amica, che non era alta più di un metro e
cinquanta, si era seduta arrampicandosi in modo goffo sullo sgabellone, mentre
Paola si era accomodata sul seggiolone con una leggerezza di movenze tale che
era quasi come se non lo toccasse.
«E’ strana, però bisogna ammettere che è molto bella!»
«Riattacchi ancora?» intimò Mario.
«Scusa!» Disse Alan mentre l’amico aggiunse:
«Ascolta, la trovi strana, poi irritante, in ogni caso ne parli di continuo,
significa solo che sei molto attratto, allora perché non ci provi! Guarda che se
ci provo io e poi ci sta, tu la perdi e io mi faccio la donna di scorta!» Quella
frase infastidì molto Alan, però cercò di stare calmo e in modo semplice disse:
«Non è detto che non ci provi!» Accennò Alan chiudendo definitivamente il
discorso su Paola come fosse una normale conversazione fra amici mentre invece,
almeno da parte sua, la cosa non era così semplice per l’evidente attrazione che
provava. Il suo pensiero, guardando la femmina della sua vita che sapeva di non
poter avere, diventava sempre più ossessivo, quel pensiero continuava angoscioso
e maniacale come sempre e non poteva assolutamente niente contro le sue
inquietudini sempre più ricorrenti.
Alan per quella strana ragazza, avrebbe fatto qualsiasi cosa, era stregato da
lei in maniera esasperata, era talmente infatuato che la vedeva l’unica donna
possibile per la sua esistenza, si rendeva conto di essere stracotto, però
l’attrazione provata non era un semplice innamoramento, era qualcosa di molto
più pesante e il suo animo ne era ormai coinvolto fino all’eccesso.
Pensava a lei in continuazione, respirava per il suo arrivo nonostante avesse
detto a Mario qualcosa che non pensava e quando la vedeva, il rilassamento era
automatico. Lei era lì e lui stava bene.
Paola mostrava di sé un’aura personale che era rilevata da tutti come lei fosse
una ragazza semplice che non aveva esigenze particolari e che non suscitava
niente di esclusivo, ma non era proprio così. La mente della bella ragazza
faceva ragionamenti tutti suoi per quanto riguardasse la sua vita sociale,
infatti, l’arcaico pensiero di conquistare e avere un solo uomo e anche di
appartenergli ed essere posseduta solo da lui, era sempre presente nella sua
mente come un chiodo fisso.
Per Paola, quella gravosa disposizione era vincolante e in attesa di ciò che per
lei sarebbe stato l’uomo giusto, preferiva non avere nessuno, non voleva
procedere per tentativi come facevano molte delle sue amiche, infatti era ancora
in attesa.
La cosa non le pesava e lei, a quasi ventisei anni si beava di quello che si era
creata, un mondo tutto suo fatto di sogni quasi tangibili, di speranze
sospirate, desideri che non si sarebbero mai realizzati, illusioni fantastiche e
infantili, deliri tutti suoi e sempre vivi nei momenti di estasi, miraggi di
promesse che nessuno le aveva mai fatto, ma anche di passioni non corrisposte,
di eccitazioni che esistevano solo nella sua fantasia e di utopie consolidate
che le facevano credere di vivere nel modo giusto. Senza rendersi conto che era
completamente insensato vivere in quel modo, Paola procedeva convinta di essere
dalla parte della ragione, sapeva che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato e
sapeva che la vita stessa, prima o poi le avrebbe dato ragione.
Però quel suo esclusivo sistema, risultava agli altri di una dolcezza unica e
Paola infatti, non incitava gelosie e su di lei nessuno poteva avere
atteggiamenti invidiosi o sensi di rivalità. In Paola tutto appariva chic e
ordinario nello stesso tempo, forse la parola giusta era purezza.
Paola era una ragazza pura nel suo aspetto fisico molto piacevole e anche nel
suo nome banale, pura nel suo modo di fare dalla gradevolezza divina e
nell’attrazione dei sensi, era pura nella sua riservatezza e nell’intelligenza
che le permetteva quel comportamento, inoltre era consapevole di quello che
fosse per gli altri, quindi era pura anche nei pensieri che accendeva negli
amici, però da questa sensazione generalizzata, c’erano un paio di esclusioni,
Mario e Alan.
Il primo sentiva per lei una attrazione aggressiva, intensa, avrebbe voluto
possederla mantenendo nel contempo la relazione con la sua ragazza fissa,
Simonetta, però si frenava e voleva riuscire a pensarla solo come amica.
Alan invece, quando vedeva Paola, prima si rilassava perché per quella strana
ragazza sentiva una attrazione melodiosa, raffinata, poi si innervosiva perché
anche se non ci credeva fino in fondo, pensava che non sarebbe mai riuscito a
possederla.
Alan, alcuni giorni dopo, forse proprio per la chiacchierata con l’amico Mario,
decise di provarci. Riteneva, senza una ragione ben precisa, che fosse arrivato
il momento giusto.
Alan vide uscire Paola dalla parrucchiera, era come al solito di una dolcezza
unica, si era fatta i capelli ricci e siccome erano biondo chiaro e ne aveva
tanti, sembrava un angelo caduto dal cielo.
«Paola, posso parlarti un attimo?»
«Certo Alan!»
«Sai Paola io vorrei conoscerti meglio, se a te non dispiace…» La ragazza plasmò
un sorriso che l’uomo avrebbe voluto baciare, però non lo fece andare avanti.
«Vedi Alan, c’è solo un uomo che possa domandarmi questa cosa e ricevere da me
un si immediato. Tu sei un caro ragazzo e siamo molto amici, però, anche
se mi spiace, non sei tu quell’uomo!» Il cervello di Alan andò letteralmente in
fiamme, ma il tono di Paola non era quello che si poteva contraddire e lui
doveva accettarlo, ciò nonostante provò a ribattere:
«Scusa, forse mi hai frainteso…» Fu interrotto una seconda volta:
«Scusa tu se ho capito male, comunque, saremo di certo amici e vedrai che
magari, più avanti ci conosceremo anche meglio!» Con eleganza si era difilata e
come al solito, aveva detto a qualcuno ancora una volta no.
Alan la salutò con noncuranza e se ne andò, la sua anima era in subbuglio e si
accontentò di quel no al novantacinque per cento, anche perché non poteva
fare nient’altro in quel momento.
Alan, abbastanza innervosito si diresse al solito bar sul viale Roma, era certo
di trovare gli altri e infatti c’erano tutti.
«Cazzo Alan, ti è morto il gatto?» Disse uno del gruppo vedendo il viso
dell’amico decisamente tirato.
«Mah, ho visto giorni migliori! Credo sia così la frase di quel vecchio
film!» La frase invece era da leggere sotto un’altra ottica, significava:
Lasciatemi perdere che oggi sono incazzato nero, quindi, lasciatemi stare punto
e basta! Gli altri si disinteressarono di Alan che si sedette in un tavolo
vicino dove c’era una ragazza che da tempo era interessata a lui, ma che Alan
non aveva mai preso in considerazione.
«Ciao Carmen, ti spiace se mi siedo qui?» Domandò Alan all’amica che stava
leggendo un libro e da come era assorta, doveva essere molto interessante.
«Ci mancherebbe, però io fra poco devo andare!»
«Quando vai via, me ne vado anch’io, oggi non è giornata!» La ragazza lo guardò,
non disse niente e si mise nuovamente a leggere.
Alan aveva i suoi pensieri ed erano tutti per un’altra donna che in quel momento
non c’era. Nel tavolo di fianco c’era anche Mario, anche lui aveva dei pensieri,
anche i suoi erano per una ragazza che in quel momento non c’era. I pensieri dei
due uomini erano per la stessa donna, Paola.
Sembrava proprio che in quel tardo pomeriggio estivo, Paola, la ragazza semplice
che non risvegliava niente di particolare in nessuno, stesse invece convogliando
i pensieri dei due amici: “E’ la figa più amabile che conosco, è sempre
perfetta, comprensiva, attraente, ma nessuno che io sappia se la fa. Ma perché
cazzo mi ha detto di no! Però non è un no definitivo, prima o poi capirà che
Mario è impegnato e allora io sarò lì. Porca puttana, prima o poi mi dirà di si!”
Stava pensando Alan mostrando a Carmen uno sguardo perso nel vuoto.
Il pensiero di Mario invece era di tutt’altra tonalità: “Io la tratto con
noncuranza e lei è sempre lì, disponibile per me. Non posso non accettare la sua
amicizia, anche perché è così dolce, cosa faccio, la caccio? E poi, sembra che
Simonetta di Paola non sia gelosa. Forse Paola è l’unica donna che posso
frequentare senza destare tensioni in Simonetta, che peraltro è la ragazza più
gelosa che esista. Quindi… quasi quasi me la faccio, tanto con me lei ci sta e a
Simonetta non dice niente di sicuro. E come dicevo ad Alan, per me sarà come
avere la donna di scorta!” Mario sorrise della sua stessa ironia, anche se
era decisamente penosa.
«Ehi Alan! Io devo andare!» Disse Carmen chiudendo il libro.
«Scusa, ero distratto. Dove hai la macchina?»
«Di là, nel parcheggio!»
«Anch’io l’ho messa di là, mi aspetti un secondo, pago e andiamo assieme!»
«Ok!» Annuì Carmen.
«Ciao a tutti!» Salutò la ragazza allontanandosi con l’amico. Uno del gruppo
riferendosi ad Alan disse forte:
«Ehi Carmen fagli qualcosa di stimolante, altrimenti diventa ancora più
rincoglionito di quello che è!» Lei fece un cenno spiritoso che stava a
significare: ci penso io, mentre Alan mostrò a tutti il dito medio, il
gesto era molto chiaro: andate tutti a fare in culo.
I due ragazzi arrivarono al parcheggio, Alan era leggermente nervoso e Carmen
era titubante perché doveva vedersi col padre ed era già in ritardo, mentre le
sarebbe piaciuto prolungare ancora per un po’ la compagnia di Alan. Lui la
guardò, stava per salutarla e andarsene, quando dentro al cervello gli arrivò
una frase che spiegava bene la condizione che stava vivendo in quel momento e
che riguardava Paola.
Per respingere quella sgradevole sensazione, pensò: “in culo a tutti!”
Dopo questo sfogo solo mentale, si avvicinò a Carmen, la prese con delicata
irruenza e trascurando l’atteggiamento che era di pura sorpresa, la baciò
pressando le sue labbra su quelle carnose e umide di lei.
«Caspita Alan!»
«Scusami Carmen! Non so cosa mi è preso!» L’appuntamento col padre scomparve dai
pensieri della ragazza.
«Eh no! Non ti posso scusare, se non lo fai almeno un’altra volta!» Lei gli
sorrise ed i suoi occhi chiari erano diventati leggermente più intensi. Alan
sorrise a sua volta e solo in quel momento si accorse che Carmen era davvero
bella, anche se non era molto alta. Un bel viso, un corpo ben proporzionato e
poi, pensò: “Cazzo è una ragazza spiritosa e ti mette sempre di buon umore”.
Il secondo bacio non fu più molto sfuggente e tramite quello, decisamente più
intrigante, si scambiarono una sorta di promessa.
Erano passate solo tre settimane, nel gruppo le cose avevano assunto qualche
leggero mutamento.
Mario e Simonetta erano ancora assieme, ma più svogliatamente di prima e lui
consolidava sempre più il desiderio di fare sesso con un’altra.
Alan e Carmen erano la nuova coppia fissa del momento e anche lui consolidava
sempre più il desiderio di fare sesso con un’altra.
Per entrambi l’altra era sempre Paola, solamente che ad Alan lei aveva già detto
di no, mentre Mario non trovava mai il momento giusto per provarci.
«Questa sera ha organizzato tutto Romano!»
«Figurati! Quando organizza Romano ci sono sempre casini!»
«Nessun casino!» Accennò Romano con risentimento:
«Questa sera verso le nove, ci troviamo al Barracuda, ognuno mangia
quello che vuole e paga quello che mangia! Non come l’altra volta che abbiamo
fatto una figuraccia! Poi verso mezzanotte o la mezza, andiamo alla spiaggia
davanti al Grand’Hotel… e chi c’è, c’è. Facciamo il bagno perché col mare
in Ardore è bellissimo, quelli che non lo vogliono fare, si arrangiano,
poi con comodo andiamo tutti al Carter’s Rest, che è lì vicino, quindi a
piedi ci si arriva benissimo! Vi piace?»
«E’ una stronzata!» Romano ci rimase molto male perché l’organizzazione della
serata era semplice e non pensava che a qualcuno non andasse bene.
«Perché?» Domandò ingenuamente.
«Hai chiesto se va bene a tutti?»
«No! Davo per scontato…»
«Male! Io per esempio, non ci sono perché sono a cena coi miei per un
anniversario e di certo farò tardi, inoltre, credo non possa venire neanche
Carmen e poi chissà gli altri se possono!» Romano si innervosì.
«Io credevo…»
«Va beh, non preoccuparti, voi fate il bagno, noi verremo più tardi, ci vediamo
al Pub, comunque le tue organizzazioni sono sempre una vera schifezza!» Disse
Simonetta decisamente irritata. Romano, anche se era ormai troppo tardi, domandò
agli altri:
«Allora, Gianna c’è, tu Enrica ci sei?»
«Io, Franca e Giovanni, ci siamo!» Confermò Enrica.
«Ok, Alberto lo so io! Mario c’è, anche se Simonetta sarà un po’ incazzata!»
Simonetta alzò le spalle.
«Alan c’è e Carmen la sento dopo, qualcuno sa di Denny?»
«Denny non può venire, so che è in albergo, ha conosciuto una nuova e sono due
giorni che se la sta leccando tutta, se continua ancora un po’ la squaglia come
un gelato!»
«Cazzo! però Denny ci voleva, chi ci racconta tutte quelle barzellette stronze?»
«Hai visto? E’ come dico io, la tua è una organizzazione del menga!»
Ribadì Simonetta molto infastidita dal fatto di non poter andare.
«Che ci posso fare, se non facciamo il bagno stasera, magari il mare in
Ardore domani non c’è più!» Si scusò Romano, mentre a Simonetta, rispose
Mario:
«Smetti di fare la lagna, chi non può venire non viene!» Lei senza dire una
parola si alzò e si allontanò.
«Non preoccupatevi che poi le passa!» Il pensiero di Mario era un altro: “Stasera
visto che non c’è Simonetta, mi faccio Paola!” Al pensiero seguì uno sguardo
diretto e Paola, che era sempre presente nel gruppo, lei capì che poteva
succedere qualcosa e ne fu felice.
Al Barracuda c’era più eccitazione del solito, Enrica faceva la stupida
con Giovanni e l’amica Franca non era contenta, però tutti gli altri se la
spassavano trascurando gli sguardi fra Mario e Paola che se fossero stati notati
erano più che espliciti. Nel locale qualcuno mangiò la pizza, qualcuno la pasta,
poi si diressero tutti alla spiaggia. Attraversarono il lungomare alla
spicciolata e si immersero nell’oscurità della notte filtrando fra ombrelloni
chiusi e lettini prendisole che risultavano molto comodi per chi ne avrebbe
voluto approfittare. Poco dopo si sentì un grido di richiamo per le ultime
indicazioni, naturalmente da Romano che sentiva la responsabilità per la buona
riuscita della nottata:
«Oeeehhh genteeee… Al massimo all’una ci vediamo davanti al Grand’Hotel
per fare il bagno e ora chi vuole scopare… ha solo un paio d’ore!» Da una delle
ragazze, arrivò immediata una risposta:
«Scemo!»
Paola camminava leggera sulla sabbia si era tolta i sandali e godeva del fresco
sotto le piante dei piedi, era vicino a Franca che appena poteva si aggregava,
gli altri si erano dispersi attorno.
«Cosa facciamo? Andiamo subito verso il Grand’Hotel…?»
«Guarda che gli altri prima di due ore come minimo, non ci saranno!» Era ovvio
che le coppie formate o in via di formazione, avrebbero approfittato per restare
un po’ nell’intimità, sia per la temperatura molto gradevole che per il buio che
donava al posto una accogliente e intrigante privacy.
«Allora cosa facciamo?» Non aveva ancora finito la domanda che arrivò a sorpresa
e dal buio Giovanni.
«Presa!»
«Stupido, mi hai fatto paura!» Gridò Franca mentre veniva trascinata via da
Giovanni e mentre faceva una finta resistenza, facile da capire. Paola sorrise,
sapeva che loro due cercavano da un po’ di tempo di stringere il loro rapporto e
quindi, all’amica che si stava allontanando disse:
«Che vuoi fare, ormai ti ha catturato, ti toccherà cedere!» Da lontano si senti
solo una blanda scusante di Franca:
«Paola perdonami, Giovanni è il solito!» I due scomparvero e Paola restò sola.
Paola stava bene anche da sola, camminò ancora verso il mare, poi si spostò dal
passaggio in lastre di cemento colorato e si inoltrò al buio in mezzo agli
ombrelloni. Vicino a lei non sentiva più niente ed escludendo qualche schiamazzo
ormai lontano, tutto era pace.
La ragazza si sdraiò in un lettino e guardò il cielo nero punzecchiato da poche
stelle, per lei aveva una particolare seduzione, però quel fascino spietato le
stava dicendo che lei era l’unica donna in quella spiaggia che non avesse
accanto a sé un uomo. Paola fece un leggero sorriso che voleva essere ironico,
però nello stesso tempo una lacrima perfida le faceva sapere che era inutile
fingere. Era sola.
Un passo silenzioso si stava avvicinando, Paola non lo poteva sentire perché era
troppo immersa nell’oblio dei suoi pensieri, ma anche l’ombra silenziosa, era a
sua volta seguita da una figura interessata e ancora più furtiva.
«Si può?» Paola sussultò.
«Mario! Che paura mi hai fatto!»
«Scusa, ti ho vista allontanarti con Franca, poi ho visto che lei se ne andava e
allora ho pensato di farti compagnia, se non ti disturbo!»
«Caro! E’ la cosa più bella che mi potesse succedere!» Sussurrò in modo sensuale
Paola tergendosi furtivamente la piccola lacrima che al buio non si poteva
vedere.
«Vieni, siedi qui!» Accennò la ragazza mettendosi di lato e facendo posto
all’uomo nello stesso prendisole.
«Grazie, ma con questo caldo, forse nello stesso lettino sudiamo!» Accennò Mario
distendendosi al suo fianco. Il pensiero di Paola era uno solo: “O adesso o
mai più!” L’apertura mentale che si stava preparando era completa, si
sarebbe donata all’uomo dei suoi sogni.
«Anche il sudore ha la sua importanza!» Sussurrò Paola in modo malizioso.
«Forse l’importanza è solo quella di farci puzzare!» Accennò in modo spiritoso
lui distendendosi e passando il braccio sotto la testa della ragazza.
«Oppure di fare in modo che l’attrazione divenga più forte e più intima!»
Bisbigliò esplicita lei, accostandosi di più.
«A me andrebbe di essere più intimo con te!» Disse Mario, il grande momento di
Paola era arrivato, doveva capire se l’uomo era disposto a impegnarsi con lei e
solo con lei.
«Anche a me andrebbe, ma tu hai già la ragazza e con Simonetta, l’intimità ci
sarà di sicuro!» Paola non percepiva le avance che stava facendo all’uomo come
un tradimento all’amica, per lei era una questione di importanza primaria, non
sapeva se nella sua vita futura avrebbe incrociato ancora un uomo per cui
avrebbe dato tutto, anche la vita. Mario però la pensava in modo leggermente
diverso, lui era un ragazzo con poco tatto e non andava troppo per il sottile.
«Che centra, con lei è un’altra cosa, per te provo un’attrazione più
prepotente!» Il buio assorbiva i loro sussurri sempre più intimi, ma non per la
figura interessata e furtiva che si era fermata a pochi metri da loro.
Paola aderiva perfettamente al corpo del ragazzo, fremeva al solo pensiero del
contatto e sentiva la rigidità di lui premere contro la sua coscia. Paola
cercava ancora di ragionare col cervello, ma era in difficoltà perché il suo
corpo si stava sempre più arroventando e non era per la temperatura ambientale.
L’intimità che si stava creando fra di loro era piacevole, ma Paola ancora
resisteva.
«Mi spiace, sono molto possessiva, non posso dividere un uomo, però posso
dividere un amico, se è questo che vuoi!»
«Ma noi in questo momento non siamo più amici! In questo momento ci desideriamo
e ci vogliamo col corpo!»
«Si… si ti voglio. Ma ti voglio solo per me!»
«Io invece ti voglio e basta!» Disse lui con poco garbo.
«Sei malvagio, fai così perché sai che in questo momento non ti potrei dire di
no. Tu hai il potere di eccitarmi anche solo con la presenza, però sappi che io
rimango la tua più grande amica. Se però adesso mi prenderai, dovrai farlo
consapevole di essere solo mio e per sempre!» Quelle parole sussurrate furono
trascurate da Mario, ma non dalla sagoma scura che era così vicina da poter
sentire anche i loro sospiri senza essere percepita.
«Si, si, tutto quello che vuoi, per sempre, per sempre… però adesso togli
questo…» Il perizoma si sfilò come per incanto, i pantaloni corti del ragazzo e
gli slip furono gettati sulla sabbia e la penetrazione fu violenta. Il grido
trattenuto di Paola e le sue lacrime non vennero rilevate e l’amplesso andò
avanti per parecchio tempo, finché Mario non si sentì sfinito.
Si distesero più composti sullo stesso lettino, erano fradici di sudore, bagnati
dei loro umori e pienamente soddisfatti, solo in quel momento Mario ricordò le
brevi grida mescolate ai sospiri di piacere.
«Che avevi da gridare?»
«Mi facevi un po’ male, ma poi è tutto passato!» Il ragazzo era nudo e si
sentiva ancora bagnato, si toccò e poi alzò la mano per vedere, ma non vedeva
niente, allora, il suo dubbio fu esternato:
«Mah, cos’eri vergine?»
«Si!»
«Ma come, a venticinque anni suonati eri ancora vergine?»
«Si, ma ora non più, ora sono solo tua e lo sarò per sempre!»
«Per sempre un cazzo… diciamo qualche volta!» La delicatezza di Mario era
scomparsa e il poco garbo, stava diventando sempre più esplicito.
«No!» Il no di Paola era accorato.
«No un cazzo! Io la figa ce l’ho già! Comunque Simonetta non saprà niente e noi
qualche volta scoperemo ancora, così ti divertirai anche tu!»
«No… no!» Paola si mise a sedere tenendo il capo racchiuso fra le mani, i no
della ragazza erano disperati, poi divennero angosciati e poi si trasformarono
in supplichevoli. Paola mescolava ai suoi impercettibili no, le lacrime
silenziose che ormai cadevano in abbondanza sulla sabbia asciutta, che le
accoglieva per avvolgerle nel suo arido pudore.
«E smetti di fare la lagna, non ti è piaciuto?» Paola si obbligò a calmarsi, le
lacrime che al buio non si potevano vedere si fermarono e lei disse:
«Si, mi è piaciuto! Mi è piaciuto molto!»
«E allora? Quante storie, ti ho detto che scoperemo ancora, che vuoi!»
«No! non lo faremo più! Mai più!» Mario non si rese conto che le parole della
ragazza avevano cambiato tono, ma l’ombra nascosta dietro un lettino a meno di
tre metri da loro aveva capito che la donna non avrebbe mai più fatto l’amore
con quell’uomo e intimamente era contenta.
«Va beh, se lo vorrai fare ancora io ci sarò, altrimenti vai al diavolo!» Poi
cambiando tono come se fra di loro non fosse accaduto nulla Mario disse:
«Comunque fra un po’ ci incamminiamo verso il Grand’Hotel, gli altri ci
aspettano per fare il bagno, così ci laviamo anche sta merda!» Affermò Mario
guardando la mano senza vederla e immaginandola sporca di sangue. Poi in modo
freddo aggiunse:
«Vedrai che l’acqua del mare, specialmente adesso che è in ardore ci purificherà
e ci darà un refrigerio bellissimo, anche tu dopo ti sentirai bene e nelle
prossime scopate ci divertiremo anche di più!» Disse come se la loro storia
avesse un continuo esclusivamente fisico.
La ragazza era in piedi vicino al lettino e il suo atteggiamento era spento, ciò
nonostante sussurrò:
«Non ci saranno prossime volte!» Mario si distese meglio, chiuse gli occhi e
allungò una mano, accarezzò la coscia di lei che non si ritrasse finché la mano
non giunse nella sua intimità ormai violata.
«Si che ci saranno altre volte e sarai tu a domandarmelo!» Accennò con tono
annoiato notando che lei ritraendosi non era più raggiungibile dalla sua mano.
«Non lo faremo mai più!» Paola si era spostata. Era leggera come sempre e aveva
il cervello in fiamme, si sentiva il corpo sporco, si allontanò di qualche passo
seguita dallo sguardo dello sconosciuto che restava sempre nascosto e dalla voce
di Mario che percepì per la prima volta in modo estremamente sgradevole.
«Dove cazzo sei!» Paola sentì un fremito, la sua pelle reagiva al disgusto e
immaginava che tutti i peluzzi del suo corpo fossero diritti per lo sdegno e per
lo schifoso che sentiva dentro. L’uomo disteso sul lettino, non sentendo più
niente disse ad alta voce:
«Se vai dagli altri, digli pure che io arrivo subito. Dopo una scopata mi riposo
sempre un po’!» Paola fece solo qualche passo, poi trovò uno dei soliti tavolini
rotondi di plastica dove mancava la parte superiore dell’ombrellone, sfilò
lentamente il grosso palo sottostante e tornò indietro. Mario, sempre a occhi
chiusi, la sentì tornare e disse:
«Hai cambiato idea? Guarda che per stasera non si scopa più!»
«No, non ho cambiato idea e non ci sarà una prossima volta!» Il ragazzo sorrise
ed aprì gli occhi.
Le esili mani di Paola, tenevano sollevata quella sorta di pesante clava di
legno massello, l’uomo vide solo la sagoma nera della ragazza che con tutta la
forza della sua disperazione lo stava per colpire, lui per lo stupore non ebbe
nessuna reazione. La fronte di Mario assorbì il colpo emettendo un rumore secco
e sinistro.
Paola aveva messo in atto una cosa mostruosa, ma il suo cervello le aveva
comandato di farlo e lei non avrebbe potuto rifiutarsi, però subito dopo essersi
resa conto pienamente di quello che aveva fatto, si inginocchiò di fianco a
Mario piangendo.
«Perdonami, perdonami…» L’ombra nascosta da quasi un’ora, aveva seguito tutto,
era stata colta alla sprovvista dalla reazione esagerata della ragazza e certo
non si aspettava che l’amore donato a Mario che giaceva ormai senza vita, fosse
così estremo.
L’ombra nascosta considerava la situazione nel suo complesso e aveva guardato
quel gesto istintivo come qualcosa di nobile, vide l’assurdità compiuta, come
una cosa pregiata e accettò quel fatto automatico, come dignitoso e
ineluttabile, per l’ombra nascosta non era altro che un’azione imposta alla
ragazza dalla tragica e fatale necessità del momento. Il pensiero dell’ombra fu
semplice: “magari amasse me in quel modo! Io si che saprei ricambiare!”
Paola era nuda e in ginocchio nella sabbia, si toccava il pube ancora sporco del
suo sangue verginale e sentiva ancora il piacere, che per qualche attimo le
aveva fatto credere di essere riuscita a trovare quello che cercava da tutta la
vita. Sapeva che la purezza che si era sempre attribuita, non sarebbe mai più
stata sua, da quel momento il suo candore era scomparso e lei era un donna come
tutte le altre, ma più sporca, contaminata per sempre da un uomo indegno, non
poteva fare altro che morire anche lei, non avrebbe più potuto vivere sapendo di
essere stata prima insudiciata e poi rifiutata.
Si alzò, raccolse da terra il palo, lo girò e lo infisse lentamente nella
sabbia, però lo mise al contrario e la punta che normalmente veniva piantata
nella rena, in quel momento era puntata verso il suo ventre, era acuminata e
nascosta nella penombra. Sarebbe bastato il peso del suo corpo e una piccola
spinta iniziale, per aggiungere alla tragedia appena conclusa, un’altra vita.
Paola era decisa, si allontanò di poco e prese la rincorsa verso il
puntale che sembrava esigere la sua vita. Teneva le braccia aperte e volava
verso la morte leggera come un angelo. Un braccio robusto l’afferrò prima che
venisse sfiorata dalla punta che per quella notte non si sarebbe bagnata di
sangue innocente, quel palo di legno appuntito, per quella notte non avrebbe
strappato un’altra esistenza.
«Che cazzo fai!» Gridò l’ombra che per la forza messa in quel salvataggio, aveva
sollevato la ragazza come fosse stata una piuma.
«Ahhh chi è…!» Il breve grido di Paola si interruppe, poi si divincolò e si
girò. Nel buio, dalla voce e dalla silhouette, riconobbe l’ombra che da quasi
un’ora la stava osservando. Era nuda, ma le sue sensazioni la facevano sentire
coperta da tutta la melma del Mondo.
«Alan, Alan… l’ho ucciso, l’ho ucciso…!»
«Lo so, ho visto tutto!»
«Hai visto… mi hai visto…!»
«Si, è la prima volta che faccio il guardone, ma ti amo, che ci posso
fare…!» Lei si mise a ridere in modo insensato, una risata isterica,
paradossale, pazzesca ma liberatoria. Paola divenne leggermente più fredda, fece
alcuni grossi respiri e si tolse le ultime lacrime dagli occhi, si sentì più
lucida e più lurida.
«Mi ami…! Già, mi ami… io ho appena fatto l’amore con un uomo che non mi amava e
poi l’ho ucciso, mentre uno che mi amava, mi stava a guardare…! già…! Mi ami…!
Io non potrò mai più amare nessuno, potrò solo morire!»
«Tu non morirai!»
«Che dici! Ho appena ucciso Mario, lo vedi? E’ lì, morto! Morto solo perché mi
ha scopato…!» Il sarcasmo lucido della ragazza riusciva solo a ricoprire i suoi
pensieri sempre più infangati in una melma densa e orrida. Alan era un vero
amico di Mario, però amava Paola in maniera ossessiva e la voleva, ma capiva che
gli stava sfuggendo tutto dalle mani, in quel momento allucinante il suo
cervello provava solo ripugnanti e sconvolgenti emozioni, l’uomo era sempre più
disperato.
Doveva salvarla, doveva farlo per se stesso, fece lavorare il cervello in fretta
e poi trovò la soluzione anche se non sapeva come sarebbe andata a finire.
L’afferrò e la trovò priva di corrispondenza, priva di controllo vitale, sapeva
che lei non si sarebbe mossa da dov’era, allora in modo spasmodico cercò il
tanga della ragazza, le infilò il capo intimo e poi le fece indossare anche la
mini e la canotta, lei agiva come fosse una bambina di tre anni che viene
rivestita dalla mamma, non aveva quasi più reazioni, poi l’uomo con voce decisa
e autoritaria le disse:
«Tu non lo hai ucciso, è morto per un incidente!» A Paola girava la testa e
l’adrenalina che prima scorreva nelle sue vene e che la sorreggeva, stava
lasciando il posto a una depressione che forse l’avrebbe accompagnata per tutta
la vita.
«Cosa dici, non capisco…»
«Tu faresti di tutto per l’uomo che ami?»
«Si, ma non c’è più.»
«Si che c’è! Pensaci!» Paola capì cosa intendeva e fece un sorriso triste, poi
lo sfiorò con una infelice carezza e con voce spenta aggiunse:
«Magari avessi amato te, magari!»
«Non devi dire magari avessi, tu mi ami e io ti amerò per sempre. E ti
prometto che ti innamorerai di me!» Lei sospirò profondamente seppellendo per
sempre la sua allegria.
«Mi hai sempre amato!» Ripeté deciso.
«L’avesse voluto il cielo…» Fu l’ultimo sussurro impercettibile di una ragazza
che restava in piedi a pochi passi dal cadavere del suo primo amante, senza la
forza di sapere cosa fare.
Lui attese qualche attimo, poi la costrinse a sedere in un lettino prendisole a
pochi metri dal cadavere silenzioso, che restava al buio come non ci fosse e le
ordinò:
«Tu resta qui, io torno subito!»
Rivestì il cadavere dell’amico, se lo caricò sulle spalle e camminando in fretta
arrivò fino all’acqua controllando che non ci fosse nessuno a vederlo. Mise
l’amico su di un pattìno e lo trascinò di forza, finché l’acqua non fece
galleggiare la piccola imbarcazione. Alan remò per sei o sette minuti con forza,
guardando le luci della riviera che si allontanavano. Al largo fece scivolare il
corpo dell’amico morto in acqua, lo fece dolcemente quasi a rendere giustizia
all’ultimo triste gesto e poi, con altri sei o sette minuti di vigorose remate
tornò indietro. Non erano passati più di venti minuti che l’uomo, sudato ma
risollevato nell’anima stava correndo dalla ragazza.
Trovò Paola nella stessa identica posizione in cui l’aveva costretta a sedere,
le fece una carezza sul viso, lei era inebetita dalla situazione che si era
creata in quella diabolica e assurda notte. L’uomo capì l’atroce angoscia che
provava la ragazza, sapeva che era immane pero non si poteva fare più niente per
tornare indietro e lui voleva andare avanti, tenendo lei per mano, sia
fisicamente, che emotivamente.
«Ehi voi due!» Disse Romano.
«Che c’è!» Domandò Alan che teneva per mano Paola ancora leggermente
frastornata, anche se al buio non si poteva vedere.
«Se vi becca Carmen, vi sistema tutti e due!»
«Guarda che con Carmen è stata una cosa passeggera e di pochi giorni, invece con
Paola sarà per sempre!»
«Si, si, per sempre! Dopo la prima scopata si dice sempre così!» Romano si girò
verso gli altri e disse:
«Dai… andiamo ai Mosconi… lasciate un Pedalò a Giovanni e Franca,
altrimenti succede come l’altra volta che siccome ha detto di non saper remare,
lo abbiamo dovuto trainare fino a riva! Qualcuno ha visto Mario e Alberto?»
«Si!» Rispose Alan stringendo più forte Paola e pronto a metterle la mano
davanti alla bocca in caso lei avesse voluto gridare a tutti la sua enorme
angoscia.
«L’ho visto io, mi ha detto che usciva col Moscone!»
«Cazzo, il solito stronzo, ma con chi era? Qui manca un sacco di gente!»
«Che ne so io, ho solo sentito la voce, mi ha gridato da lontano: io vado!»
Paola borbottava qualcosa di incomprensibile e si sentiva sempre più sporca. La
ragazza stava tremando vistosamente, ma la decisione di Alan la stava
soverchiando e non riusciva ad opporsi. L’uomo strinse la sottile vita e lei non
si oppose perché si sentiva svuotata di qualsiasi energia. Da parte di Paola non
ci sarebbe stata nessuna reazione e di sicuro per tanto tempo.
Lui sapeva che poteva contare su questo almeno nell’immediato, quindi la guardò
e vedendola scarica di reazioni, osò.
Si avvicinò agli altri stringendo forte Paola, doveva far vedere che loro erano
assieme da un bel po’. Tutti si davano daffare per mettere i Mosconi e i
Pedalò in acqua, quando Alan fu a poca distanza dagli altri, girò verso
di sé il corpo inerte della ragazza che si faceva muovere come un burattino
senza volontà e la baciò intensamente, facendosi notare. Lei non rispose al
bacio, ma lo subì anche se in definitiva, nella tragica alterazione che provava,
lo trovò dolce, piacevole.
«Ehi voi due, datevi daffare, piuttosto che stare lì a sbaciucchiarvi!» Disse il
solito Romano che era ancora il famoso organizzatore.
«Ok!» Rispose Alan con voce scocciata per far capire a tutti che preferiva
baciare Paola, piuttosto che andare a fare il bagno. Paola invece stava ancora
borbottando a bassa voce, ma questa volta le parole potevano essere percepite da
Alan.
«Non ce la faccio, non ce la faccio!»
«Mi ami?» Domandò assurdamente Alan. Lei era talmente rintronata da non capire
quasi neppure quello che il ragazzo le domandava, però gli rispose:
«Non lo so, non so niente, non sento più niente, non capisco più niente…»
«Allora te lo dico io. Tu mi ami e ora dimmelo!» Lei sempre più intontita non
capì.
«Cosa?»
«Dimmi ti amo!» Lei attese un attimo, aveva capito cosa doveva dire, ma non
capiva perché lo dovesse fare e allora lui ordinò:
«Dillo!» Paola sussultò e poi con la sua voce gradevole, lo disse:
«Ti amo…» Si sentiva vuota.
«Dillo ancora!»
«Ti amo…» Si sentiva spenta.
«Ancora!»
«Ti amo…» Si sentiva distrutta, però quella parola le faceva provare un po’ meno
il senso di soffocamento che percepiva da quando aveva colpito Mario col palo
dell’ombrellone. Alan si rese conto del lievissimo cambiamento di tono e allora
l’abbracciò e con inflessione delicata, le domandò ancora:
«Ti prego, dimmelo di nuovo!» Lei abbassò gli occhi e lo disse un’altra volta ma
questa volta era un po’ più vero.
«Ti amo.»
«Non sarai mai più una donna di scorta! E adesso dillo ancora!» Lei non capiva
cosa intendesse e questa volta la parola le venne più fluida, più semplice, più
naturale, Paola chiuse gli occhi per sentirla meglio dentro di sé, forse anche
lei incominciava a crederci:
«Ti amo.» Quelle effusioni non passarono inosservate:
«Allora venite a fare qualcosa in acqua o fate altre cose qui sulla battigia a
beneficio dei guardoni arrapati?»
«No! Veniamo, meglio in acqua, Paola deve dirmi una cosa sola e poi arriviamo!»
Alan si girò verso la ragazza, la loro situazione era di un assurdo
inconcepibile, eppure lui ci credeva e lei, nonostante fosse inebetita e si
sentisse inutile e non completamente presente nel suo corpo, avvertiva che
qualcosa nel cervello le stava dicendo che poteva ancora attaccarsi a una
parola, per avere una sola possibilità di respirare ancora.
«Ti amo… e… so cosa stai cercando di fare… io non ho più forze, dovrai fare
tutto tu… tutto da solo…» Accennò scuotendo la testa senza volontà.
Alan la guardò senza dire nulla ma intensamente e attese qualche attimo, Paola
come fosse ormai una cosa automatica, seppe cosa doveva dire e lo disse:
«Ti amo!»
Il corpo di Mario fu restituito dal mare solamente un giorno e mezzo dopo e
l’incidente fu convalidato da innumerevoli testimonianze che affermavano di
averlo visto prendere il largo. Qualcuno diceva di averlo sentito dire battute,
altri di averlo visto con un amico, altri giuravano che era con una amica e per
qualcuno invece era solo. Però una cosa era sicura, non c’era niente che facesse
pensare a qualcosa di diverso. Era semplicemente un altro morto richiesto dal
Dio Mare. Un anziano, che probabilmente passava all’obitorio ogni volta che
c’era un cadavere, nell’antico dialetto romagnolo, espresse un vecchio proverbio
popolare: Tot i an e mèr uin vò on, ma tutti sapevano che purtroppo il
mare, di morti, tutti gli anni ne voleva ben più di uno.
«Lo hanno trovato…» Accennò Paola distrutta.
«Lo so!» Disse Alan stringendo forte l’esile corpo della ragazza.
«E’ stato un incidente orribile!» Disse lui.
Paola fremette, sapeva che lui avrebbe parlato così anche se lei gli avesse
domandato di dire almeno a lei la verità.
«Un incidente orribile, ma noi dobbiamo continuare a vivere.» Alan rimase con la
ragazza tutto il giorno, non la lasciò neppure un istante, gli mancava ancora
una cosa per riuscire a dominarla completamente e aveva deciso di farlo la sera
stessa.
«Questa sera vieni a dormire da me!»
«Mah…»
«Sssssst…» Il sibilo leggero era un imperativo per Paola che non poté fare altro
che annuire.
«Devi prendere da casa tua qualcosa di personale?»
«Si…» L’accompagnò fino a casa, Paola abitava coi genitori, Alan entrò spigliato
e disinvolto, salutò la madre che non lo aveva mai visto, come se fosse un
vecchio amico di famiglia e si infilò con lei nella sua camera. La ragazza prese
un minuscolo beauty ci infilò alcune cose, biancheria intima, spazzolino,
dentifricio e poi guardò Alan, lui capì che era tutto quello che le serviva. La
prese per mano e usci dalla stanza.
«Mamma, questa sera dormo da Franca.» La pietosa bugia fu accolta dalla madre
con un sorriso, forse anche lei sperava che quella figlia così particolare,
avesse finalmente un po’ di fortuna. La madre annuì e la salutò con un cenno del
capo. Salirono nell’auto di Alan che si diresse a velocità sostenuta verso casa
sua, aveva un compito gravoso e voleva avere tutto il tempo che occorreva.
«Dove andiamo?»
«Andiamo a casa mia, poi ti dico!» Alan parlò alla ragazza in modo diverso,
usando il tono che faceva capire a Paola di annullare completamente la sua
volontà per dedicarsi a lui, in quei momenti, lei sapeva di poter accettare
solamente tutto quello che lui disponeva, senza obiezioni.
Arrivarono nell’appartamento di Alan, Paola tentennava ma l’uomo aveva assunto
l’atteggiamento e non solo quello. La decisione non ammetteva repliche e
lei non poteva far altro che seguirlo e ubbidire ai suoi ordini. Entrarono in
casa.
«E’ bello qui da te!» Accennò Paola guardandosi attorno senza l’entusiasmo che
avrebbe voluto avere.
«Sono contento che ti piaccia, vieni.» La prese per mano e la portò subito nella
camera da letto. A lei incominciò a battere il cuore, temeva quel posto perché
anche se non era stato detto niente, lei sapeva intimamente che Alan l’avrebbe
voluta possedere subito.
«Ti prego… ti prego…» Paola supplicava, ma lui le mise un polpastrello sulle
labbra e lei tacque.
«Ti amo Paola! Ti amo tanto e per sempre, proprio come piace a te!»
«Io!»
«Ssssst… imparerai ad amarmi anche col cuore! Per ora mi accontento che tu lo
dica!» Il breve silenzio dopo la frase, per il cervello estremamente scosso
della ragazza fu facile, perché sapeva come doveva rispondere:
«Ti amo.»
Alan incominciò a spogliarla lentamente e lei si sentiva svuotata da ogni
reazione, le braccia erano molli lungo il corpo. Alan tolse con un unico
movimento il copriletto e la distese sulle lenzuola. Il corpo nudo di Paola
sembrava quello sacrificale sull’ara di qualche idolo dell’antichità. La pelle
di Paola, nonostante la temperatura fosse piacevole, al contatto delle lenzuola
si ritrovò a fremere. Lui le sollevò le gambe molli che erano rimaste a
penzoloni e le adagiò con amore sul letto, lei aveva gli occhi pieni di lacrime
e li teneva chiusi.
«Ti amo tanto, il mio è solo un atto d’amore, il più puro che tu possa pensare!»
Lei immise aria per quella dichiarazione e dopo una breve attesa dell’uomo,
Paola strinse di più gli occhi che spinsero fuori ancora lacrime e disse la
sua piccola frase magica.
«Ti amo.» Alan si spogliò mentre guardava quel corpo senza vitalità che lo
attendeva per qualsiasi cosa lui le volesse fare. Ma era vero che amava quella
ragazza ed era deciso a salvarla nonostante si fosse macchiata di un delitto che
Alan considerava ancora meno riprovevole di un vero incidente.
Alan si distese di fianco a lei e le posò la mano sulla spalla, Paola sentì un
brivido irrefrenabile salire dalle gambe, lentamente il fremito passò alle cosce
e sul ventre, poi arrivò al seno e lei sussultò. Dagli occhi serrati filtrarono
altre lacrime seguite da leggerissimi sussulti. Il ragazzo si posò su di lei e
si fece spazio fra le cosce, la penetrazione fu rilevata da Paola in modo
atroce.
Era come se un ferro infuocato le rovistasse nel ventre, lei piangeva e si
muoveva come per rimuovere quella cosa orribile che la stava penetrando
innumerevoli volte, distruggendole tutti i sentimenti. La ragazza cercava di
divincolarsi ma senza forza, poi le venne in aiuto il suo io più profondo e le
disse che forse quello che stava subendo e che le appariva così orribile, non
era un gesto cattivo, non era per distruggerle i sentimenti, ma forse, serviva
solo per ricostruirli.
Lei, nonostante tutto, si muoveva per distogliersi perché non voleva sentire
quel piacere atroce che temeva fosse sporco. Voleva togliersi da quella
posizione subordinata, voleva andarsene, voleva morire. Voleva morire ma non
riusciva a farlo perché Alan le impediva anche quello, Paola si concentrò e lo
sentì di nuovo, lui le stava sopra e continuava a penetrarla senza pietà ma con
amore, senza ascoltare le sue suppliche, perché voleva possedere anche la sua
volontà, infatti lei stava cedendo, lentamente, però stava cedendo. Lui era
troppo forte e non solo fisicamente, nonostante lei si divincolasse col corpo e
con l’anima, sentiva di lasciare sempre più spazio alla volontà dell’uomo, poi
alla ragazza sembrò di sentire qualcosa che arrivava da lontano, erano parole,
allora la sua mente abbandonò un attimo le sensazioni del suo corpo che
nonostante tutto voleva godere e riuscì a concentrarsi ancora una volta, solo
allora sentì davvero:
«Dillo…» Ormai era abituata a quella parola. Alan era riuscito a ficcarla nel
suo cervello e quando lui le domandava di dirlo, lei poteva solo rispondere:
«Ti amo.» Però quella piccola frase non aveva il sentimento giusto e lui era
sicuro che sarebbe riuscito ad infilarci anche quello, voleva mettere anche quel
sentimento così degno dentro quel corpo giovane e spento che cercava di
riaccendere con tutte le sue forze.
«Dimmelo ancora ti prego…»
«Ti amo…» Disse la ragazza un po’ più presente e aggiunse:
«Però, non so se è vero.»
«Si che è vero, mi senti?»
«Si!»
«Lo stiamo facendo col corpo, però io lo faccio anche col cuore e anche tu
dovrai farlo col cuore!» Lei sentiva l’uomo dentro di sé, le pareva che ancora
frugasse nel suo ventre, però non era più completamente inerte, il suo corpo e
solo quello, stava incominciando a reagire, si rese conto che stava per godere,
ma non voleva, si sentiva ancora sporca dentro, però in quel momento temeva
un’altra cosa, temeva che lui la pensasse una donna immorale, temeva di farsi
vedere oscena, indecente e per quello non voleva godere, ma nonostante cercasse
con tutte le sue deboli forze di opporsi, di trattenersi, ad un certo punto
dovette cedere, le sollecitazioni dell’uomo furono più grandi della sua
resistenza e venne.
Raggiunse l’orgasmo in modo violento, non conosceva quell’appagamento perché con
la masturbazione che le sembrava di aver praticato più di mille anni prima, non
aveva mai provato niente di simile e capì che quello che le stava succedendo,
non era da lei solamente sopportato, ma era desiderato.
Solo allora poté ammettere anche a se stessa che il suo corpo era andato oltre
le sue percezioni mentali.
Solo in quel momento capì che l’amore fisico che stava facendo con Alan, lo
aveva disperatamente voluto, anche se il suo cervello non aveva mai afferrato
la situazione o si era rifiutato di farle conoscere un semplice fatto, l’uomo
giusto era proprio lui.
«Ti amo…!» Lui guardò Paola stupito e disse:
«Ma io… non te l’ho domandato!» Lei aveva gli occhi pieni di lacrime perché
dalla morte di Mario erano passati solo due giorni e stava già facendo l’amore
con un altro uomo e in più, le era piaciuto enormemente e diceva anche di
amarlo. Il miracolo era accaduto, se di miracolo si poteva parlare.
Per il cervello di Paola era tutto troppo atroce.
Per il cuore di Paola era tutto troppo vero.
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«Posso sedere
qui con te?» Domandò Paola discretamente.
«Alla mensa i posti sono liberi!» La gelida frase di Vanessa assunse per Paola
un calore che non c’era e mutò nel suo cervello in: “Certo cara, mi fa molto
piacere.” Lei era talmente plagiata dall’amica, che le andava dietro come un
cagnolino e avrebbe sacrificato la sua stessa vita se fosse stato necessario.
Lo sguardo carico d’odio di Vanessa, aveva escluso tutti quelli presenti alla
mensa, era attirato solo dalle effusioni di due studenti che si trovavano dalla
parte opposta della grande sala. Anche Paola vide Max e Chantal e soffrì per
l’amica. Vanessa non avrebbe voluto la compagnia di Paola, che riteneva sciocca
e di certo non alla sua altezza, ma si accorse che alleggeriva un po’ la sua
tensione, quindi l’accettò.
«Sei ancora presa di lui?»
«Mi piace, però adesso va con Chantal!» Tagliò corto Vanessa. Paola per
solidarietà, interpretando la sofferenza dell’amica, si riempì di
un’inconcepibile e profonda avversione per l’altra studentessa e pensò a Chantal
in modo indegno.
«La odio quella!» Fece sapere Paola senza mezzi termini. Vanessa guardò Paola e
qualcosa lampeggiò negli occhi gelidi.
«Certo che se fossi sola con lui, potrei parlargli!»
«Se lei non esistesse, lui tornerebbe subito da te!» Aggiunse subito Paola.
«Mi basterebbe parlargli una volta!»
«Ma se lei non ci fosse più, sarebbe meglio!» Insistette assurdamente Paola.
Vanessa giustamente trascurò l’affermazione e sussurrò:
«Un’amica vera, mi aiuterebbe!»
«Io sono un’amica vera!»
«Lo so.»
Al funerale di Chantal c’erano tutti, ma nelle prime file, vicino ai genitori
distrutti dal dolore, seguivano il feretro gli amici più vicini, Paola, Vanessa
e Max.
«Caro, ti starò sempre vicino!» Sussurrò Vanessa a Max, mostrando gli occhi
opportunamente lucidi.
«Grazie, tu sei un angelo, non so come farei senza di te!» La mano di Vanessa
scivolò dolcemente all’interno di quella di Max che l’accolse leggermente
confortato e proprio nello stesso istante, la mano di Paola si posò sull’altra
mano di Vanessa, come solo un angelo custode può fare.
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«La nuova figa di Paul l’hai vista?»
«No!»
«E’ meglio se non l’hai vista, ti assicuro che è
una cosa inguarda…!»
«Sttt… zitto che arriva!»
«Ecco, è andato, allora?»
«E’ una cosa inguardabile è bruttissima!»
«Davvero? Lui non è un brutto uomo!»
«Che c'entra, si vede che quelle belle non se lo
filano oppure a lui piacciono le brutte!»
«Fatti suoi, io invece voglio provarci con Ada!»
«Ma vai a cagare!»
«Perché? Con Ada non ce la potrei fare?»
«Per piacere… ma tu l’hai vista Ada?»
«Certo che l’ho vista è per questo che ci voglio
provare!»
«E quella super, super, super figa, pensi che
venga con te? Ma tu hai visto con chi esce?»
«No, ma che c'entra! »
«He he he… il tipo che se la sbatte, arriva
puntuale come un orologio e sotto al culo ha una XKR Coupè, mica la bici!»
«E se lei ti meravigliasse e preferisse la
bicicletta?»
«Per ora preferisce la Jaguar,
però nella vita non si sa mai he he! Comunque auguri!» Il compagno di lavoro si
allontanò sogghignando e schernendo il tipo che voleva provarci con la bella
collega.
Le solite chiacchiere da ufficio per Paul erano
totalmente insignificanti, gli scivolavano sopra lasciandolo indifferente. Lui
lavorava e dava poca confidenza a tutti, però era conscio dell’andamento della
sua esistenza e sapeva che non era il massimo della soddisfazione. Era un uomo
intelligente e anche attraente, però riteneva di avere una buona dose di
sfortuna, quindi con l’andare del tempo, aveva consolidato una sorta di
pessimismo che non gli permetteva di essere al massimo delle sue potenzialità.
Lavorava in centro come commercialista in uno
studio enorme suddiviso in sale da quattro impiegati ciascuna e c’era solo una
cosa per cui era invidiato dai colleghi e non era la sua vecchia berlina oppure
la sua ragazza, che a dire la verità era davvero poco attraente. Paul era
invidiato per il fatto di avere la scrivania esattamente davanti a quella di
Ada.
Quella era l’unica fortuna che lui ritenesse di
avere avuto in tutta la sua vita. Lavorava sapendo che di tanto in tanto poteva
sollevare lo sguardo e vedere Ada, per lui quello era un tocco balsamico per il
cuore, per l’anima e per il corpo e come tutti gli altri impiegati, sospirava
ogni volta che la guardava.
Ada al contrario di quello che si poteva
pensare, era una donna molto alla mano, sempre gentile e amichevole, però, anche
Paul come del resto tutti gli altri colleghi, sapeva che lei era
irraggiungibile.
Ada era considerata la miss dello studio,
tutti erano convinti che se fosse vissuta ad Holliwood, in quel momento, sarebbe
stata certamente impegnata nelle riprese di un film importantissimo.
Ada era tutto ciò che si sogna in una donna, era
incantevole come una creatura soprannaturale, gradevole e adorabile in ogni
momento, era espansiva con tutti e inoltre era anche intelligente, per questo
era adulata dai maschi e invidiata dalle femmine dello studio, nonostante tutte
quante la volessero come amica.
I suoi colleghi con lei ci avrebbero voluto
provare e praticamente tutti avevano pensato di farlo, però ancora nessuno di
loro lo aveva mai fatto.
Era una bella giornata malgrado fosse molto
fredda, Paul era già seduto alla sua scrivania, era arrivato presto e quando
arrivò Ada lo trovò che stava leggendo il giornale.
«Buon giorno Paul, oggi non dai udienza?»
«Oh, scusa Ada, non ti ho sentita entrare!
Buongiorno a te!»
«Cosa c’è di interessante?»
«Nei quotidiani ci sono solo le cose brutte,
quelle piacevoli non fanno notizia!»
«Già, meglio non pensarci, altrimenti ci
deprimiamo!»
«Forse è per questo che io sono sempre depresso,
sarà perché leggo i giornali!»
«Allora è meglio parlare di vacanze, di
divertimenti e, di cibo! Se non fosse per la dieta, mangerei sempre!» Affermò
onestamente Ada. L’uomo senza pensare accennò una frase che se avesse pensato
non avrebbe mai detto:
«Allora se ti piace mangiare, che dici… posso
invitarti a cena?»
«Vengo volentieri, ma non questa sera, ho
promesso a un mio amico di andare fuori con lui, sai, per un compleanno! Sarà
una barba!» Paul non poteva credere che fosse successo, Ada aveva detto che
sarebbe uscita con lui. Quella stupenda femmina aveva accettato il suo invito
come fosse la cosa più naturale possibile.
Un fremito percorse il corpo dell’uomo e i
caratteri del quotidiano divennero immediatamente illeggibili.
L’uomo sapeva che non poteva essere così
semplice: “Al momento mi ha detto di Si perché è stata presa alla sprovvista,
ma poi troverà una scusa, oppure mi farà semplicemente il bidone!” Il
pensiero non gli dava speranze, però la risposta affermativa era un bel sogno e
riscaldò l’anima di Paul per tutto il giorno.
Per Paul il giorno dopo fu caratterizzato da un
pensiero costante, il Si di Ada e vedersela davanti era una favola
impossibile, poi arrivò l’orario d’uscita dall’ufficio, Paul non aveva detto più
niente alla donna perché non voleva che lei pensasse che dava una importanza
eccessiva a quella cena, quindi al termine del lavoro, si alzò e si diresse
all’ingresso. Erano tutti vicino
all’orologio per timbrare il solito cartellino prima di andarsene, Ada si
rivolse a Paul nel modo più naturale:
«Non ti sarai mica dimenticato la cena! Ieri mi
avevi promesso che questa sera saremmo usciti assieme, ricordi?»
«Si, si ricordo!»
«Non avrai mica cambiato idea, perché io ho
tanta fame e poi non mi interessa che tipo di cena, mi va bene anche… una pizza
se preferisci!»
«Si! Quello che vuoi, ci penseremo dopo!» Gli
altri dell’ufficio quasi svennero in massa. Gli sguardi lividi dei maschi e
quelli mossi da rivalità delle femmine si incrociarono. Quelle frasi, sarebbero
state occasione di pettegolezzi per chissà quanto tempo. I colleghi uscirono e
tutti tenevano d’occhio Ada e Paul, nessuno si attentava ad andarsene
velocemente per non perdersi qualche interessante sviluppo, poi Ada si avvicinò
a Paul e sussurrò:
«Sai, devo farlo per far morire d’invidia i
nostri colleghi, non stanno aspettando altro e a me piace farli indispettire!»
Lui non capiva, poi la giovane donna gli posò le mani sulle spalle, si alzò in
punta di piedi e gli diede un tenerissimo e prolungato bacio sulla guancia. I
colleghi si girarono a disagio e finalmente se ne andarono perché avevano capito
di essere stati presi nel mezzo. Ada si stava veramente divertendo.
«Scusa sai, però è troppo bello, turbare o
irritare gli stupidi e i curiosi. E’ troppo divertente!» Il cervello di Paul
sapeva che non poteva essere vero quello che gli stava capitando, sarebbe stato
ben oltre ogni sua aspettativa. Comunque per un giorno aveva vissuto come l’uomo
più fortunato del mondo, aveva ricevuto il Si da Ada e dopo quel momento,
sarebbe tornato volentieri nel suo solito personaggio. Si sentiva anche felice e
per quel momento inaspettato la ringraziò:
«E’ stato divertente. Allora ci vediamo domani
in ufficio, ciao Ada!»
«Come in ufficio! E… la nostra cena?»
«Mah, io, credevo!»
«Ho preso in giro loro, non te! Però se hai
cambiato idea!»
«Neanche per sogno, conosco un posto molto
carino, spero che tu non ci sia mai stata, così per te sarà una novità!»
«Io sono stata in tanti posti, però, sentiamo!»
«Questo è molto bello, è a Cesena, nel loggiato
che porta alla Piazza della Fontana, c’è una stradina e in fondo c’è un piccolo
ristorante che si chiama La Grotta! E’ il classico posto per le coppiette… oh
scusa, non vorrei che tu pensassi!» L’enfasi e l’entusiasmo che ci aveva messo
erano un po’ sopra le righe e Ada, che era una donna intelligente, aveva capito
che lui per farle piacere avrebbe sollevato il mondo se avesse potuto, quindi
sorrideva e lo guardava divertita. Lui si rese conto e aggiunse:
«Banale eh! E poi lo conosci già. Chissà quante
volte ci sei stata! Scusa è meglio lasciare perdere questa cena, non voglio
rendermi ridicolo più di quanto non lo sia già fino ad ora. Scusami!» Il
pessimismo di Paul era entrato vigorosamente nel suo cervello e lo stava già
facendo mentalmente allontanare da Ada. I due erano ancora fermi davanti
all’ufficio e non c’era più nessuno, Ada lo guardò allontanarsi lentamente e le
si spense il sorriso, ma lei era una donna che sapeva quello che voleva e non
aveva, né incertezze, né fragilità.
«Tutto qui?» Disse la donna parlando forte ma
senza muoversi da quel punto e circondata da tutta la sua sicurezza. Lui si girò
senza capire.
«Quindi mi lasci qui! Da sola! Mi molli in mezzo
alla strada senza neppure sapere se mi piace l’idea di quel ristorante!» Lui
tornò indietro sempre più stupito, ma lei non aveva ancora terminato.
«Ma quanta poca considerazione hai di te stesso!
Eppure quando mi raccontavi dove saremmo andati, mi facevi ridere per il tuo
modo che era SI, un po’ ingenuo, ma molto, molto, molto attraente!»
«Dici davvero?» Accennò l’uomo.
«Certo!»
«E vorresti uscire davvero con me!»
«Non sono io che voglio uscire con te, ricordi?
Tu sei stato il primo, tu mi hai domandato di uscire!»
«Scusa, volevo dire…»
«Certo che voglio uscire con te! Altrimenti cosa
cavolo ci faccio qua in mezzo alla strada quasi a supplicarti!»
«Perdonami io…» L’uomo non sapeva più come
cavarsela da quella specie di rimprovero che lo aveva riportato con la mente
all’infanzia. Sapeva di dover prendere una decisione in fretta, oppure quella
stupenda donna se ne sarebbe andata davvero e per sempre.
Paul si avvicinò, prese Ada fra le braccia e la
strinse a sé con forza, aveva messo anche un po’ di arroganza, ma senza volere,
nonostante non fosse il tipo che usava l’irruenza, quella volta lo fece e lo
fece inconsciamente. La baciò con impeto a lungo e intensamente, per non darle
il tempo di reagire.
«Accidenti Paul! Va bene passare da un estremo
all’altro, ma questo è… però mi è piaciuto! Potresti rifarlo con meno
aggressività?»
«Scusami, con te non faccio altro che scusarmi!»
Il secondo bacio, fu sempre intenso ma la dolcezza uscì allo scoperto in maniera
sorprendente e la bellissima Ada ne rimase stupita come neppure avrebbe
immaginato.
«Grazie, grazie Paul, sei incredibile, sei
incredibile, mi piacciono i tuoi baci, però credo che sarebbe meglio andare via,
altrimenti facciamo l’ora di rientrare in ufficio qui davanti!» Risero, poi si
salutarono e si rividero un paio d’ore più tardi per andare assieme al
ristorante.
«Io non ci sono mai venuta qui, avevi ragione, è
molto carino! E… si, è decisamente per coppiette, ma noi!» Sussurrò Ada.
«Lo so, noi non siamo una coppietta, voglio
scusarmi per prima, non volevo baciarti in quel modo!»
«Non dimenticarti che la seconda volta sono
stata io a domandartelo!»
«Ok, ci divideremo la colpa!»
«Nessuna colpa, c’era solo un po’ di tensione
perché era tutto imprevisto, però è stato anche molto tenero e spontaneo,
soprattutto la seconda volta!»
«Ok, ok Ada, però tu hai un… come dire…»
«Si ho un uomo!»
«E allora? Cosa ci facciamo noi qui?»
«Beh, per ora mangiamo!»
«Già, due colleghi che cenano!»
«Due amici che cenano!» Paul sorrise, poi gli si
scatenò la curiosità, voleva sapere di più di quella donna sublime con cui stava
cenando, voleva capire perché dopo due anni che lavoravano assieme senza mai
avere dialoghi al di fuori di quelli di una normale cortesia fra colleghi, tutto
era accaduto, voleva capire perché era successo senza mai neppure un
atteggiamento più profondo o più interessato, voleva sapere perché con Ada tutto
era precipitato fino a baciarsi con irruenza e calore in mezzo alla strada.
«Con quel tuo uomo, ci stai ancora oppure…»
«Ho fatto l’amore con lui ieri sera per l’ultima
volta!» Paul era disorientato per la semplicità con cui fra un boccone di ottimo
filetto al pepe e l’altro, lei parlasse di sesso.
«Ma tu lo amavi? Lo ami!»
«Lo scopavo quando mi andava e basta, all’inizio
però, prima di andarci insieme mi piaceva, ma ancora non lo conoscevo bene!»
Paul incominciava a sentirsi a disagio e reagì:
«Ma insomma Ada, io non sono capace di parlare
come fai tu! Inoltre ti dirò che questo modo mi da abbastanza fastidio!» Lei lo
guardò e sorrise, poi smise di mangiare, fece un grosso sospirò che le diede
molta soddisfazione e disse:
«Paul, adesso io non mangio più, ma ti prego, tu
continua, però ascoltami perché voglio spiegarti!» L’uomo era sempre più
sconcertato.
«Certo, ti ascolterò con molto interesse!» Ada
iniziò:
«Sapevo di non sbagliarmi con te e ti stavo
provocando per vedere quando avresti reagito. E’ vero che ho fatto sesso ieri
sera con lui, è anche vero che è stata l’ultima volta, ma io lo sapevo da tempo
che sarebbe finita. A dare il colpo di grazia alla mia storia, sei stato tu!»
Paul assunse l’atteggiamento dispiaciuto ma non disse niente.
«Sai Paul, era un bel po’ che aspettavo questo
invito, era un bel po’ che ero pronta per accettarlo, ma tu non ti decidevi
mai?» Paul assunse l’atteggiamento da imbecille per non essersi fatto avanti
prima e ancora una volta non disse niente.
«Quando mi hai chiesto se venivo a cena con te,
ho accettato subito, ma prima dovevo terminare la mia storia con il mio ex.
Questo non vuol dire che ne voglia iniziare una con te, vuole semplicemente dire
che sono una donna libera!» A Paul batteva il cuore e non riusciva più ad
ingurgitare niente.
«Sai Paul io sono consapevole di essere una
donna piacente, a quanto pare, per tutti sarei una gran bella donna, però anche
tu sei un bell’uomo, anzi, un gran bell’uomo, anche se hai poca considerazione
per te stesso!» Lui si stava sentendo un verme, però l’ascoltava come se
parlasse una divinità.
«Voglio che tu mi conosca meglio e non sto
parlando di conoscenza biblica, vorrei da te un po’ di comprensione come persona
e come donna vorrei darti la mia disponibilità per vedere se fra di noi può
esserci un buon affiatamento come c’è quando lavoriamo assieme. Sai Paul tutti
mi guardano e vedono la mia bellezza e questo senza dubbio mi gratifica, però
nello stesso tempo mi dispiace perché nessuno mi considera o mi osserva come io
vorrei essere vista. L’unico che mi ha considerato innumerevoli volte come
persona, sei stato tu! E’ chiaro che sei attratto da me anche come femmina,
forse perché mi vedi bella, ma questo è meraviglioso solo perché il tuo sguardo
non si ferma lì, io me ne sono accorta da tempo ed è quello, che mi ha
affascinato di te!» Lui rimase senza fiato.
«Tu mi hai sempre guardato in entrambi i modi:
ti piacevo, ma poi mi chiedevi un parere su di una pratica o su un cliente. Ti
piacevo, ma nello stesso tempo ascoltavi i mie consigli, i miei pareri, ma non
solo per farmi piacere, perché ho notato che li hai accettati diverse volte e,
questa è di gran lunga la più grande delle mie soddisfazioni. Ho imparato ad
ammirarti, ho incominciato a sentire verso di te una stima che lentamente si è
trasformata in interesse!» Paul si sentiva venire meno.
«Paul, non voglio che pensi male o che
fraintendi le mie parole, quando ti ho detto che col mio ex facevo sesso perché
mi andava e basta, era una stupida provocazione, la cosa per me non è mai stata
così semplice, in effetti non avrai sentito grandi chiacchiere su di me, perché…
io…» La giovane donna cercava di continuare, ma trovava la cosa difficoltosa,
incominciava a sentire scomoda la sua intenzionale spregiudicatezza di parola.
«Sai Paul, io ho ventinove anni ed escludendo i
primi bacetti da bambina, nella mia vita ho avuto solo due uomini. Sono stata
sette anni col primo e sei col secondo, in entrambi i casi ho accettato la
relazione, dirò che l’ho accettata, per non dire che l’ho subita. Poi ieri sera
ho preso una decisione su me stessa, voglio essere anch’io a decidere la mia
vita e non solo accettare quello che mi viene prospettato, infatti, dopo la tua
proposta per la cena, se ricordi, te ne stavi per andare e io ho deciso! Ti ho
stimolato a non lasciare perdere, questo perché tu mi attrai prepotentemente e
non mi vergogno a dirlo!» A quel punto Paul reagì nuovamente:
«Fermati! Per favore fermati, lasciami respirare
un attimo… un attimo solo cazzo!» Questa volta fu Ada a domandare scusa.
«Perdonami, sono stata troppo aggressiva e
spudorata e anche un po’ arrogante!»
«Ok, adesso però taci!» Ada guardava l’uomo coi
suoi grandi occhi azzurri, l’uomo non reggeva quello sguardo intenso e ansioso.
Paul scuoteva la testa senza sapere cosa fare e tanto meno cosa dire. I due
restarono ancora un po’ nel ristorante e finalmente Paul, nonostante la cena non
fosse terminata, diede un ordine:
«Andiamocene!» Ada accennò solo:
«Si… si!» Uscirono e si diressero all’auto
dell’uomo, salirono e finalmente Paul, nell’intimità dell’abitacolo che sentiva
suo, poté parlare:
«Ti avevo davanti alla mia scrivania, ti guardavo sempre, ero pazzamente attratto dalla
tua figura. Ti vedevo in ogni luogo, ti sentivo in ogni risata, in ogni parola e
ho incominciato a conoscere ogni suo vezzo, ogni tua moina. Ho pensato mille
volte in una nostra intesa, in una tua promessa d’amore, ma sapevo che non mi
avresti mai detto di si, quindi per me, tu saresti per sempre rimasta una
fantasia irraggiungibile, un miraggio impenetrabile, l’aspirazione, l’illusione,
il desiderio. Poi, non so neppure perché mi sono deciso ad espormi e ti ho
domandato di uscire. Per mantenere quello che mi aspettavo, avresti dovuto dirmi
di no cazzo! Adesso? Cosa faccio, mi piaci e sarei pazzo di te per tutta la
vita, ma se mi espongo ancora di più e mi dici nuovamente di si e poi mi lasci?
Dopo di te, io che faccio! Che faccio?»
«Non lo so! Non so più niente!»
«Ma scusa, questa è tutta una follia, siamo
usciti a cena che non ci conoscevamo neppure e ora siamo qua a imbastire una
specie di rapporto sentimentale… questo non ha senso, non ha proprio senso!» Ada
si avvicinò e gli sfiorò il viso con una carezza che entrò direttamente in
circolo, prendendo possesso di tutte le più intime sensazioni di Paul.
«Basta, basta, adesso ti porto a casa e domani
ci vediamo in ufficio facendo finta che tutto questo non sia successo!»
«No! Non hai ancora capito che mi piaci
moltissimo?»
«Non lo voglio sapere, anche perché questo è un
sogno e io vivo nella realtà!»
«No! Non lo accetto, se mi vuoi portare a casa,
devi dirmi che io non ti piaccio, altrimenti non accetto di essere portata a
casa e scaricata come una valigia, voglio restare ancora con te!» L’uomo girò in
una stradina secondaria senza dire neppure una parola. Aveva preso una
decisione.
«Dove andiamo?»
«Ho una seconda casa, è in collina a mezzora di
strada, un bel posto, vedrai è una casetta molto curata e io ci vado quando
voglio restare un po’ solo, per pensare. Penseremo assieme!» Lei sorrise.
«Vedi? Mi piace tutto di te, questa cosa di
pensare assieme è fantastica, mi piace tutto di te! La
tua casetta andrà benissimo!» Disse lei posando la piccola mano su quella
dell’uomo.
«Eccoci arrivati!»
«Mah è bellissima!»
«Entriamo, qui in collina fa freddo!»
«Che bella, anche dentro è fantastica, ma la
curi tu? Oppure ci porti le tue amiche e sono loro a tenerla così in ordine!»
Insinuò Ada.
«Non è mai venuta nessuna donna qui dentro!»
«Scusami, sono una stupida!»
«Non c’è problema, ora accendo la stufetta per riscaldarci.»
«Funziona lo stereo?»
«Certo!»
La musica era deliziosa, l’atmosfera di una
gradevolezza unica, l’insieme non poteva essere migliore per stimolare i due che
sapevano di volere la stessa cosa. Fecero
l’amore, un amore dolce, sensibile, quel tipo d’amore che viene spontaneo solo
quando ci si ama davvero.
Nonostante entrambi avessero deciso quel rapporto
solo poche ore prima, l’affiatamento sembrava millenario. Erano distesi nel
grande letto uno fra le braccia dell’altra e stavano bene.
«Come sto bene qui,
è stato bellissimo!» Sussurrò Ada con il suo ultimo respiro. L’uomo diede
un’occhiata alla sua donna e poi un’altra occhiata alla perfida stufa. Quando la
vide morire capì che sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe visto. “Lei, mi
ha detto si!” Pensò con l’ultimo barlume di coscienza, poi, senza riuscire a
muoversi sussurrò:
«E’ stato
bellissimo anche… una volta sola!»
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L’autunno appena
trascorso donava un pomeriggio ancora tiepido, Roberta e Lorenzo sorseggiavano
un aperitivo nella piazza del paese, ma solo lui poteva godere dell’occasione
guardando affascinato la sua compagna, non avrebbe mai capito i pensieri della
giovane donna che erano di tutt’altro genere.
«Amore, ti piace?»
«Uffa che fastidio, mi
da il voltastomaco!» Schernì la donna rientrando con la mente nella realtà e
simulando con efficacia un espressione sofferente. L’uomo
non percepì la malignità sottile che non era certamente diretta al drink.
«Mah, mi sembrava
buono!»
«Già tu pensi solo a
te stesso.»
«Mah cara…»
«O pensi a te stesso o
a qualcosa d’inutile, non hai mai un’idea costruttiva, ad esempio se avessimo
più soldi ce la passeremmo meglio, giusto? A questo ci hai mai pensato?»
«Certo che ci penso,
ma i soldi per te sono un’ossessione, a me invece basta che stiamo assieme.»
«La mia sarà
ossessione, ma almeno è costruttiva, tu invece, mi fai incazzare a morte, ti
dirò di più, il tuo è solo disinteresse, pensi a te stesso e a me non pensi mai.
Credi che sia felice in questo modo? Non ti sfiora l’idea che io possa
desiderare qualcosa in più?» La giovane donna guardò l’uomo dall’atteggiamento
avvilito e scosse la testa, poi trascurando i sentimenti di lui e fingendo un
tono piagnucoloso, ripeté la frase di Lorenzo con voce antipatica e cantilenando
in modo orribilmente sgradevole:
«A meee… bastaaa… che
stiamoooo… assiemeeee…»
«Mah tesoro, guarda
che io penso solo a te!»
«Vedi la differenza?
Io invece penso a noi e per noi sarei disposta a tutto!»
«Anch’io amore,
anch’io per noi sono disposto a tutto.»
«Ok, ti credo, però
voglio una prova.» Disse in modo infantile.
«Tesoro, tutto quello
che vuoi, chiedi, eseguirò.» Nella frase l’uomo cercò un’aria scherzosa e seria
nello stesso tempo, ma la donna sembrava risoluta.
«Va bene, voglio
crederti, quindi, ti metto subito alla prova. Vedi quel tipo là, proprio giù in
fondo?»
«Si…»
«Una volta mi ha
molestato pesantemente, ho giurato di fargliela pagare, se mi ami, come minimo
dovrai ammazzarlo!» Il tono di lei era serio e deciso, il viso dell’uomo
sbiancò.
«Ma dai, stavo solo
scherzando, so benissimo che non lo faresti.»
«Beh, per un attimo ti
ho creduto e ti giuro che stavo già riflettendo a come farlo, solo al pensiero
che qualcuno ti possa molestare, mi va subito il sangue alla testa.»
«Questo era solo un
gioco, però… però…»
«Cosa c’è?»
«Ho pensato ad una
cosa più seria, ma forse… non posso dirtela.»
«Guarda che non ci
devono essere segreti fra di noi, ricordi?»
«Ok, però è solo una
fantasia, solo un desiderio e basta.»
«Non puoi saperlo
veramente, qualche volta anche i desideri diventano realtà!»
«Va beh, te lo dico,
tanto so che poi mi prenderai in giro… avevo pensato che potremmo fare una
rapina e poi goderci tanti soldi!»
«E’ un altro scherzo?»
«Uffa… questa volta
no!»
«Mah…» L’uomo era
esterrefatto, però il cervello stava già cercando di adeguarsi a quella nuova e
insulsa voglia della sua donna.
«Va beh, se proprio
vuoi, forse potremmo…»
«Figurati… lascia
perdere va, hai una faccia! Con lo spirito che ti ritrovi forse potremo andare
dietro un funerale, non certo fare una rapina!»
«E chi ti dice che non
ne sarei capace?»
«Ma no dai… ho
cambiato idea, non se ne fa niente.»
«Invece adesso sono io
che insisto, quindi studiamo un piano, anzi, se veramente ci avevi pensato di
certo avrai un’idea.»
«Beh si, ma è meglio
lasciare perdere, non vorrei avessimo dei problemi.»
«No! Adesso ho deciso.
Faremo un colpo solo e ci godremo i quattrini e poi vedrai che saremo anche più
uniti di così!» Affermò energico l’uomo per dimostrare la sua assoluta
determinazione.
«Se insisti, non potrò che accettare, però io adesso sono contraria, ma siccome
il maschio tu sei e sei tu che decidi!» Sussurrò la giovane donna con una vocina
dolce e sottomessa, insinuando anche una strisciante bava di falsa sincerità.
L’uomo a quel punto si sentì davvero il maschio dominante, finalmente la sua
donna si era piegata alla sua ferrea volontà
Due figure attendevano
nella penombra dell’auto, la tensione era inusitata, l’uomo cercava di
mascherarla senza riuscirci, lei accennò:
«Ho paura.»
«Mah cara, abbiamo
studiato tutto nei minimi particolari, quindi, non devi averla, ci sono qua io.»
«Si, però io ho paura
lo stesso!» Il coraggio di Roberta era
infinitamente più grande di quello dell’uomo, ma in quel momento lei si
divertiva moltissimo a recitare la parte della femminuccia indifesa e Lorenzo
finalmente, poteva fare quella dell’uomo duro. Quella recita però non aggiustava
il loro rapporto da sempre stentato.
«Non ti preoccupare,
penso a tutto io, se vuoi puoi anche aspettarmi in macchina, credo di farcela
anche da solo!»
«No, non ti lascerei
mai neppure se avessi paura cento volte di più, ti amo troppo!» La frase
sussurrata dalla donna fece crescere la stima di se stesso al balordo in maniera
abnorme, si sentì impareggiabile, astuto, irresistibile, si sentì padrone del
mondo. Lorenzo afferrò la donna e la baciò
con irruenza, lei sempre più sottomessa si lasciò cullare da quelle nuove
emozioni e si compiacque di come stava conducendo tutta l’azione, esattamente
come la voleva. Finalmente quella relazione noiosa produceva adrenalina e fra
poco, di certo anche un bel po’ di soldi.
«Grazie caro, adesso
sto meglio, sono sicura che fra un’ora, quando sarà tutto finito, saremo anche
più felici e io ti amerò anche di più!»
«Certo, però adesso
concentriamoci.»
«Pochi minuti prima
della chiusura, questo è il momento giusto, preparati, usciamo!» L’uomo era
deciso e guidava l’azione preparata in precedenza dalla donna, come fosse tutta
farina del suo sacco. Uscirono dall’auto, lei era vestita in modo maschile per
trarre in inganno eventuali sguardi non desiderati. Quando si presentò davanti
al portone col vetro blindato, il viso della donna coperto da un cappellino
colorato, sembrava quello di un ragazzo dai lineamenti gentili e convinse
l’orafo ad aprire, anche perché quel viso, aveva l’innocenza dipinta.
Il complice sbucò
fuori quando la porta di sicurezza dell’oreficeria era già spalancata e lo
spintone sul malcapitato fu violento. L’arma nel pugno del balordo convinse
l’orafo ad aprire il pesante armadio corazzato. Roberta si sentì investita dalla gravità
dell’atto e la precedente decisione sfumò in angoscia. Non si aspettava che la
paura vera fosse così penetrante, le gambe tremavano e lo sguardo era
imbambolato. L’espressione della donna era vuota e l’orafo vide l’opportunità di
sventare la rapina e cedendo all’istinto si lanciò su di lei.
«Aiuto, aiuto! Lorenzo aiutami… aiuto…!» Il balordo vide la sua
donna in pericolo, lasciò cadere l’arma che non avrebbe mai usato e si scagliò
sull’orafo con una furia incontrollata e un grido strozzato che sentiva solo
Roberta mentre cercava il suo aiuto. La donna fu subito libera ma la paura la
spinse con cieco furore a incitare la forsennata colluttazione fra i due uomini.
«Uccidilo, uccidilo…
uccidilo!»
«Ti ammazzo, ti
massacro!» La voce di lei fece breccia nell’istinto del maschio che dimostrò
tutta la sua primordiale virilità. Il
balordo squassava furiosamente l’orefice ed ebbe subito la meglio, ma il
cervello ormai in fiamme non gli permise di fermarsi. Le mani erano artigli
stretti alla gola del tipo che aveva osato assalire la sua donna, non avrebbe
allentato per niente al mondo e non si rese conto che lo stava strangolando.
Roberta tornò in sé e cercò di avvisarlo:
«Mollalo… lo stai
ammazzando! Mollalo… mollalo!» Lui tenne
serrata la gola a lungo soffiando il suo alito infuocato sulla faccia
dell’orefice ormai cadavere e non si fermò. Strinse più forte la gola piantando
con spasmo le dita forti nella pelle del collo che lentamente si lacerò, un
sottile rivolo di sangue intrise le mani dell’uomo che tenne stretto quel corpo
finché il suo cervello offuscato non tornò alla realtà.
«Lascialo, lascialo,
ormai è morto, prendiamo tutto e filiamo!» Roberta, prima s’impossessò della sua forza
vitale divenendo di ghiaccio, poi prelevò con rapidità quello che c’era di
valore dentro e fuori la cassaforte e guidò Lorenzo all’auto. L’uomo non faceva
che guardarsi le mani insanguinate senza capire cosa stesse veramente
succedendo. Uscirono e in pochi secondi scomparvero, solo in auto l’uomo rinsavì
ed ebbe coscienza di quello che era accaduto veramente.
«Devi nascondere soldi
e gioielli.»
«Si caro, penso a
tutto io.»
«In questo stato c’è
la pena di morte.» Disse lui in modo semplice, cercando senza successo di non
pensare all’accaduto e con la psiche in pessime condizioni.
«Non preoccuparti, non
ti prenderanno!» Lei aveva già addossato mentalmente, tutta la colpa all’uomo.
«Si, però è meglio se
ce ne andiamo subito, vado a casa mia e preparo le valige, tu fai lo stesso e
poi aspettami, ti passo a prendere.»
«Si caro.» Nello
squallido appartamento l’assassino pensò che un minuto di riposo non avrebbe
cambiato nulla, era spossato, si allungò sul divano logoro, quando si svegliò il
telefono squillava.
«Dove ti sei messo, è
un’ora che ti aspetto!»
«Arrivo subito!» Nel
silenzio di pensieri informi, l’uomo cacciò in valigia gli oggetti personali e
aprì la porta per tornare dalla donna.
«Lorenzo Bennet?» La domanda lo prese alla sprovvista
«Come?»
«Lei è Lorenzo Bennet?»
L’uomo era frastornato e la sua mente iniziava a farsi domande senza risposta,
poi arrivò il consenso dal cervello per una bugia insulsa.
«No, non sono io!» Il
poliziotto in divisa, seguito dagli altri due che stavano dietro, posò la mano
sull’arma. Bennet capì che non c’era più niente da fare, prima barcollò e poi la
lucidità arrivò come d’incanto. Mollò un sospiro liberatorio e con voce debole
domandò:
«Come avete fatto a
trovarmi così in fretta!» Al poliziotto venne spontaneo rispondere.
«Durante la
colluttazione dentro all’oreficeria hai perso il portafogli coi documenti, i
soldi e le carte di credito. E chissà quante altre prove salteranno fuori
dall’intervento della scientifica sulle impronte dell’arma che abbiamo trovato,
ma il bello è che tutta la colluttazione è stata registrata dall’alto, dove
c’era una telecamera sempre in funzione… e tu, signor Lorenzo Bennet, sarai di
certo molto fotogenico!» L’ironia fu la mazzata finale, l’uomo capì che era
finita e si sentì svuotare di tutte le energie, si lasciò condurre in centrale
senza opporre resistenza e fu interrogato la notte stessa, ma il suo pensiero
era tutto per la sua donna.
«Sono stato io!»
«E l’altro, quello col
cappellino, chi era?»
«Ero solo!»
«Nelle immagini si
vede un altro uomo!»
«Non lo conosco, l’ho
incontrato per caso, non so chi sia, si chiama Mark ma non saprei dove
cercarlo.»
«Questo è il suo
avvocato, ne avrà bisogno.»
«Mi racconti tutto
senza scordare nulla.»
«Ero in un bar ho
conosciuto un tipo…»
«Ok, mi parli
dell’altro.»
«C’è poco da dire, non
lo conoscevo.»
«Sarò molto franco con
lei, per evitare il braccio della morte proveremo con la momentanea infermità
mentale, però sarebbe il caso di restituire soldi e preziosi.» L’uomo era
distrutto, non capiva bene neppure le affermazioni del suo avvocato, però nei
giorni successivi incominciò a prendere coscienza, ma ci vollero mesi prima di
smettere di vivere in una specie di Limbo e rendersi davvero conto di
quello che aveva fatto.
«Però Roberta potevi
farti vedere anche prima!»
«Ma caro anch’io ho i
miei problemi.»
«Adesso non ha più
importanza, ora sei qui e i sei mesi passati non esistono più. Meno male che
adesso ci sei tu, resisto solo per questo.»
«Verrò più spesso se
vuoi.»
«Si, ti prego, senza
te non saprei come fare, ma ora parliamo un po’.»
«Si.»
«Sai amore, in appello
è venuta fuori un’orribile novità, l’avvocato ha detto che dobbiamo rendere
tutto, la temporanea infermità mentale funziona se è temporanea e quindi ora
dovrei essere rinsavito, perciò devo restituire tutto, altrimenti per me è
finita!»
«E… e, non c’è
alternativa?»
«L’avvocato ha detto
di no e anche così sarà dura.»
«Mi dispiace, speravo
di tirarti fuori senza dare in dietro i soldi e i gioielli, così poi avremmo
potuto goderceli assieme.»
«Ma tesoro, mi sono
beccato la condanna a morte!»
«Scusami, sono una
stupida, farò come dici, mi accorderò con l’avvocato.»
«Va bene amore,
ricordati che ti penso sempre!»
«Anch’io… tornerò la
prossima settimana.»
«Ciao, ti amo.»
«Resisti, ce la
faremo!» Sussurrò la donna affranta, ma quando uscì dal carcere, sbuffava ed era
decisa a non tornare prima di almeno un mese.
«Speravo venissi un
po’ prima, volevo dirti che nella restituzione mancano quasi la metà dei soldi e
dei gioielli!»
«Ma come, io ho
consegnato tutto!»
«L’avvocato è stato
contattato dal magistrato, hanno verificato che rispetto alla distinta
dell’assicurazione, ne manca quasi la metà.»
«Io gli ho dato ogni
cosa, ho fatto arrivare tutto come d’accordo tramite un pacco anonimo consegnato
a mano. Ah, ecco… adesso ho capito… chi ha fatto l’elenco della refurtiva di
certo l’ha raddoppiata per guadagnare sull’assicurazione!»
«Porca puttana e
maledetta troia! Hai ragione, come sempre. Adesso mi dispiace di averti fatto
restituire il bottino, tanto per me non c’è più speranza!»
«Non dire così!» Il
pianto della donna era scaturito dal nulla e la recita era da Oscar. Il
braccio della morte lo attendeva e l’uomo sentiva la condanna sempre più vicina.
Le vis
«Hai ragione tesoro, è
meglio se non vieni più, tanto ormai… è uno strazio per te e anche per me. Amore
mio, rifatti una vita, addio!» Il pianto di Roberta era una nuova performance di
eccellente qualità e quando seppe da lui della condanna definitiva e del momento
che avrebbe perso la vita, l’intensità
della recitazione aumentò facendo di lei una grande attrice della vita reale.
«Morirò anch’io con
te… Morirò anch’io!»
«Ora però calmati,
ormai è stato giustiziato, non è mica colpa tua se l’hanno beccato!»
«Dici bene tu, ma lo
sconquasso emotivo che ho avuto è stato troppo profondo.»
«Sei dolcissima tesoro
mio, però ora che non dovrai andarlo più a trovare, vedrai che tutto andrà per
il meglio, sai Roberta, mi sono accorto che al ritorno da quelle visite eri
sempre più depressa, ti ho sempre capito, ma non potevo fare nulla.»
«Caro, la tua
sensibilità è grande e queste parole mi fanno un piacere incredibile, è per
questo che ti amo e ti amerò sempre.»
«Amavi anche lui?»
«Beh, non posso negare
che gli ho voluto molto bene, in fondo per un periodo breve siamo stati vicini,
ma ti assicuro che l’intensità del mio amore per te non è raggiungibile, ora
finalmente potrò stare con te senza la paura che lui lo sappia, non mi sarei mai
perdonata se avesse ricevuto da me un nuovo tormento oltre a quello che gli
derivava dalla consapevolezza di essere nel braccio della morte!» La falsa
sensibilità che emanava era incredibile.
«Sono stati anni
terribili, voglio dimenticare, voglio farti felice, voglio vivere per te!» Le
parole della donna, al nuovo compagno non erano seguite dai pensieri. Per
Roberta era stata dura visitare Lorenzo in
carcere, ma era stata costretta a farlo per tenerlo buono, l’unica sua paura,
era quella di essere denunciata da lui come complice. Però il suo pensiero
andava oltre, in quell’attimo l’assillo provato era un’altro.
«Sali amore andiamo a
casa.» La fiammante Z3 si aprì per loro, salirono e si allontanarono lentamente.
«Sai che con Lorenzo
avevo dei risparmi, ma il denaro e gli altri beni sono ormai terminati.» La
donna elegantissima al volante della BMW coupè, accarezzava la mano dell’uomo
seduto al suo fianco, ma pensava: “Dovrò convincerlo a fare una rapina.”
Quel pensiero fu subito seguito da un ragionamento. L’espressione era di una
sublime purezza e le parole avevano in sé la naturalezza e l’innocenza che solo
i bambini possiedono, esclamò:
«Perché non facciamo
un colpo, conosco una banca poco fuori città che sarebbe facilissima da
ripulire!» La lussuosa roadster filava silenziosa sull’asfalto, l’uomo guardò
esterrefatto il bel viso di lei.
«Sei matta? Guarda che
fine ha fatto il tuo ex!»
«Hai ragione caro, ti
amo così tanto proprio perché mi spieghi le cose sempre nel modo giusto. Però
amore mio, per il calcolo delle probabilità non può andare sempre male e si deve
imparare dagli errori commessi, comunque, hai ragione tu tesoro mio!» Sospirò
dispiaciuta, poi dopo una breve pausa e usando una vocina di una purezza
incommensurabile che solo lei possedeva, aggiunse:
«Hai sempre ragione
amore mio, però potremmo scegliere uno stato dove non c’è la pena di morte!»
Quell’idea stava già entrando nel dna dell’uomo, che per quella femmina
meravigliosa avrebbe fatto qualsiasi cosa.
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