Questi sono soltanto alcuni degli innumerevoli scritti che spaziano nei diversi stili e,
tutti si prefiggono lo stesso scopo, quello di far passare un po' di tempo in modo piacevole.

titoli e numero di cartelle
 




Rifiorire

«Ehi, c’è quella scema di Cindy!» Sussurrò Oswald all’amico guardando verso la ragazza. Il balordo stava passando sulla strada davanti alla casa di Cindy e lei lavorava nel giardino, chinata davanti a un roseto.
«Ah, quella… che cazzo fa tutto il giorno, non la vedo mai in giro.» Domandò Lorenzo.
«Una sfigata così che vuoi che faccia, può badare solo il giardino!» Rispose Oswald denigrando la bella ragazza per lui inavvicinabile. Si chiamava Osvaldo, ma si faceva chiamare Oswald, perché gli sembrava più nobile.
«Però ha le tette grosse e un bel culo, una ripassatina ce la darei volentieri!» Affermò voglioso e brutale Lorenzo. La ragazza era chinata fra una Rosa Sarmentosa di San Giovanni e una piccola Rosa comune dai fiori purpurei. Si sentì osservata, si girò e li vide, per una spontanea e naturale reazione pudica, con la mano tirò la leggera vestaglietta, coprendo le cosce bianche che avevano già stimolato i due.
La posizione economica di Cindy, data dai beni di famiglia, era decisamente agiata e le permetteva di non lavorare, quindi restava con le cose che più le piacevano. Dopo la strana morte dei genitori, Cindy viveva sola, usciva raramente per le compere e lo faceva sempre con poco entusiasmo. Si era progressivamente allontanata dalla piccola comunità, ma questo non le interessava, per lei socializzare era molto banale. La sua casa era una delle più curate del paese e Cindy era felice solo col suo giardino e con le Rose. Era semplicemente innamorata di quei fiori e le piaceva accompagnare la loro crescita, giorno dopo giorno. Per questa serenità ormai acquisita, Cindy trascurava volentieri i pettegolezzi che la riguardavano.
I due balordi si fissarono l’un l’altro e l’intesa fu presto fatta. Per loro entrare nell’abitazione della ragazza fu facile e la stessa notte agirono. Una volta entrati, svitarono la piccola lampada notturna che rischiarava la sala e da quel momento divennero solo ombre scure e indistinte che vagavano nella casa. I due balordi entrarono silenziosi nella camera di Cindy che dormiva profondamente, si divertirono a girarle attorno, poi lentamente tolsero il lenzuolo che copriva quel corpo rilassato. Lei si mosse sinuosamente e appena i due videro che stava per svegliarsi, le furono sopra. Una mano arrogante bloccò la bocca della ragazza e un’altra stappò con furore la delicata biancheria intima. Il terrore di quello sguardo era sconvolgente, ma loro erano insensibili a qualsiasi sensazione.
«Lo dicevo che aveva un bel culo, questa per me è pure vergine, chi vuoi che se la sia fatta!» Quella fu l’unica frase che scaturì da quell’animalesca e inconcepibile violenza. Con gli occhi sbarrati, lei guardò il buio, vuoto e insensibile, allontanò le sensazioni dal suo corpo e quella distanza mentale le permise di attenuare il dolore. Passò un tempo indefinito e i due sciagurati portarono a termine il loro crimine. La dolce Cindy subì lo stupro senza potersi difendere, ma i due disperati non sapevano che Cindy non era sola, lei era ben protetta. Con lei c’erano sempre le sue Rose.
Un delicato profumo si sparse nell’abitazione, la gradevole e intensa fragranza avvolse sia l’interno che l’esterno della casa, ma Oswald e Lorenzo la percepivano come un fetore pestilenziale. Quando furono nella sala, lasciando il corpo della ragazza disteso sul letto, capirono che il tanfo da loro avvertito proveniva dalle Rose. Rose splendide dai colori radiosi, fiori bianchi di un’incredibile purezza, rosa chiaro, o rosso violento e poi, gli intensi e velenosi gialli. C’era la bella Rosa Banksiae e la famosa Rosa Canina, la semplice Rosa Chinensis e altre, ma tutte avevano qualcosa in comune. Fra le innocenti foglioline dal margine seghettato, nascondevano un fusto provvisto di aculei. Immediatamente parve che le piante e i fiori che dominavano l’abitazione prendessero vita. I due immondi soggetti uscirono di corsa, erano guidati dai loro piccoli cervelli e dal loro istinto animale che gli aveva comunicato di scappare subito da quella casa.
All’esterno i due trovarono tutte le piante imperlate di rugiada, era come se lacrimassero per l’aggressione subita dalla dolce Cindy. Una Rosa rampicante dai cinque meravigliosi petali che determinavano la specie selvatica, sfiorò la mano di Lorenzo che era stato il primo a lanciarsi attraverso la porta d’ingresso, gli aculei s’incunearono a fondo nella carne viva dell’uomo che gridò. A Oswald fu riservato lo stesso trattamento, un alberello molto curato sembrò prendere vita e l’avambraccio sanguinò per effetto della penetrazione degli aculei più che affilati. Scapparono sgomenti e scomparvero nella notte, nera come la loro anima. Il giorno dopo la violenza Oswald e Lorenzo morirono colpiti da una rarissima e fulminante infezione tropicale.
Era passata solo una settimana dall’aggressione, nessuno aveva saputo niente e dopo l'angoscia iniziale, la ragazza si era imposta di dimenticare cancellando il suo dolore, perché sapeva di dovere rientrare nella normalità. Si preparò per uscire comportandosi normalmente e si sentì serena. L’Acqua di Rose che usò aveva delle proprietà toniche ideali per la sua pelle bianca, l’olio essenziale di Rosa la accontentò penetrando nei pori e donandole una delicata e attraente fragranza.
Cindy arrivò in centro, entrò nel bar principale e tutti i presenti si stupirono per la sua luminosità, l’ambiente brillò per lo splendore riflesso che proveniva dalla giovane, un ragazzo gentile le rivolse un delicato complimento che lei accettò con un sorriso e tutti notarono che Cindy era cambiata, era rifiorita in modo superbo, ma in fondo per lei era normale.
Era primavera, la stagione delle Rose.
Era maggio, il mese delle Rose.


 


La Guerra dei Bambini

«Ma tanto la guerra la fanno i grandi!»
«No! La guerra la fanno le televisioni!»
«Cosa vuol dire la fanno le televisioni?»
«Si... la fanno loro sono sicuro!»
«Io non ci credo!»
«Io di quelle guerre non ho mai visto neppure un morto, tu hai visto dei morti?»
«No!»
«Hai capito adesso? I morti sono solo in TV, quello che fanno vedere è come una specie di film, i grandi pensano che visto al telegiornale sia più bello!»
«Non sono proprio sicuro!»
«Io si… non c’è neanche un morto... è tutto finto!»


 


A Volte Occasionale

Dal momento che presi la decisione di conoscerla meglio non scambiai con lei più di dieci parole, però fra di noi c’erano stati almeno diecimila sguardi intensi e il contenuto era assolutamente esplicito. Barbara aveva capito perfettamente le mie intenzioni e io avevo individuato da tempo le sue.
«Quand’è che mi inviti a colazione?» Le domandai con noncuranza mostrando un atteggiamento indisponente e cercando di infondervi anche una palese superiorità.
«Beh… dovrei invitarti io…?» Rispose con uno sguardo leggermente irritato, non la lasciai finire.
«Si…! Se sei gentile si! Però non voglio scocciarti, facciamo così! Adesso ci pensi, poi la prossima volta che ci vediamo, se finisci presto, mi inviti!» Lei fece un’espressione decisamente meravigliata perché era il tipo che di sicuro riceveva molte proposte, ma forse nessuno le aveva mai domandato di essere invitato. La risposta di Barbara fu un atteggiamento di attesa, mi stava comunicando qualcosa del tipo: “Non so! Fammi pensare!”. Sorrisi e andai via quasi come se la risposta non avesse tanta importanza. Non volevo trasmetterle un'apprensione che non c’era. Mi allontanai sbirciando l’atteggiamento della ragazza e la vidi ancora inchiodata da quella richiesta, stava pensando toccandosi i capelli. Se si fosse subito messa a fare qualcos’altro, avrei capito che la domanda era caduta nel vuoto, ma l’atteggiamento e la titubanza erano chiari. Stava pensando e c’erano buone speranze per una risposta positiva.

Barbara, chiamata dagli amici Barbarina, è una ragazza mora poco più che ventenne dal viso spiritoso, è un soggetto che mi piace e il suo fisico l’ho da subito considerato molto interessante. Lei è il tipo che stimola le idee senza troppe premesse.
Passarono alcuni giorni, poi venne la sera della presunta risposta, il breve dialogo di alcuni giorni prima che in caso di accettazione prevedeva in sé anche un’intesa di massima, doveva averla fatta pensare molto perché quando incrociai il suo sguardo, aveva un atteggiamento del tipo: “Non ho ancora deciso!”. Invece la mia silenziosa risposta a quello sguardo era del tipo: “Non ha nessuna importanza!”.
Quella sera Barbara indossava con poca ricercatezza un top bianco che conteneva a fatica un seno invidiabile. La quarta abbondante, per via della sua età, sfidava leggi cosmiche difficilmente battibili. La vertiginosa mini nera fatta tutta a pieghette, era talmente leggera che ad ogni spostamento metteva in mostra le cosce ben tornite e molto abbronzate. In vita, una fascia di pelle evidenziava i fianchi allettanti e adeguati all’immagine. Complessivamente l’insieme di Barbara era davvero armonioso e per chi la guardava era decisamente gradevole. La sua silhouette è tutt'ora quella della classica ragazza considerata dall’altro sesso come: “Una bella figa!
Quando i nostri sguardi si incrociarono capii che la decisione era presa. Mi avrebbe invitato. Avevo calcolato tutto, di solito Barbarina finiva alle tre e pensai che fino alle sette c’era tutto il tempo che serviva. Forse per noi, era libera la stanza presa in affitto con una amica che quella sera dormiva fuori e per me quella soluzione andava molto bene. Altrimenti pensai ad un albergo, ma con lei sarei stato disposto a passare qualche piacevole ora, anche in auto. Pregustavo quel contatto guardando l’orologio.
Passarono le tre e questo mi scocciò molto, mi feci vedere da lei e notai che aveva il viso atteggiato all’impotenza determinata dalla situazione.
Si fecero le quattro e poi le quattro e mezzo, Barbara mi stava comunicando con lo sguardo una irritazione crescente, era evidente che al nostro incontro ci teneva quanto e forse più di me. Barbarina si liberò solo verso le cinque. Ci cercammo con gli occhi, fra di noi non c’era alcun bisogno di parole, ormai era chiaro, tutto il nostro intrigo era saltato. Barbara era nervosa e si mordicchiava il labbro inferiore, poi ebbe come un’illuminazione e passandomi vicino, senza che gli altri la potessero sentire, disse piano:
«Mi segui?» Non sapevo casa avesse in mente, comunque la seguii. Salii sulla mia auto e guardai l’orologio, erano le cinque e dieci. Barbara partì con la sua utilitaria e quasi non le stavo dietro tanto spingeva sull’acceleratore, arrivò a destinazione in cinque minuti e trovò casualmente un parcheggio, si infilò in quel posto e io rimasi con la mia machina in mezzo alla strada come un idiota.
Eravamo in pieno centro vicino alla rotonda e per sistemare la mia auto non c’era un posto neppure a pagarlo, lei si avvicinò e io abbassai il finestrino per sentire cosa mi avrebbe detto:
«Mi aspetti? Faccio prestissimo!» Non feci tempo a dire niente che era già sparita. La guardai attraversare la strada con passo veloce. Barbara salì al primo piano ed entrò nel locale, io mi predisposi all’attesa. Ero in seconda fila ma traffico d’auto non ce n’era, quindi restai dove mi trovavo, ebbi fortuna perché poco dopo davanti a me, una macchina se ne andò e io mi posizionai al suo posto, proprio di fianco al tronco di un grosso pino. Guardai l’orologio, si erano fatte le cinque e trenta, in effetti Barbara era rimasta in quel locale poco più di dieci minuti che a me erano sembrati lunghi come ore. La vidi tornare sempre col suo passo frettoloso e si infilò nella mia auto, però nel sedile dietro e lo sguardo fu sufficiente, mi stava dicendo: “Allora? Cosa aspetti? Perché non vieni dietro?” Io scesi dall’auto e risalii dallo sportello dietro, sedetti al suo fianco senza dire neanche una parola.
Non ci baciammo, non ci abbracciammo, non era necessario, però l’atmosfera che stavamo vivendo non era fredda e lei non era distaccata o indifferente, eravamo guidati solo dall’istinto ed entrambi sottoposti a uno stimolo primordiale, la natura ci stava guidando e obbligando. Non occorreva alcun preambolo e il petting non era contemplato in quel clima già troppo stimolato. Lei posò lievemente la mano su di me in modo sensuale e fu come se mi avesse detto: “E’ il momento, facciamolo!”. Io ero già pronto e Barbara lo era da tempo perché fremeva, slacciò in fretta l’unico bottone della gonna e solo allora capii a cosa servivano tutte quelle pieghette, la striscia di stoffa leggera si allargò e ci coprì. Lei si sollevò leggermente e infilò la piccola mano fra le sue natiche, spostò velocemente il tanga o il perizoma che non vidi e si posizionò in modo da ricevermi. Insinuai la mano e toccai piacevolmente la sua morbida intimità, Barbara era completamente bagnata e questo mi portò immediatamente all’apice dello stimolo. Non era passato neppure un secondo che ero dentro di lei, fasciato dalla sua soffice gradevolezza. L’accogliente tepore di Barbara, mi propose un momento fatto di profumo e rugiada e io lo accolsi attivando tutti i sensi per goderne pienamente nel modo migliore.
Nonostante fossimo in centro, l’eccitazione era tale che l’articolo del codice atti osceni in luogo pubblico per noi non aveva alcun significato, comunque avere un rapporto in pieno centro non è il massimo dell’appagamento, le tensioni da tenere sotto controllo portano via troppo alla gradevolezza.
A parte il codice che non permette certe situazioni, c’è anche il rischio che qualcuno possa riconoscere l’auto e vedendoti, bussare al vetro per salutarti. Il buio stava per essere cacciato dall’alba e di sicuro entro un quarto d’ora, saremmo stati illuminati dalla prima luce, pallida ma sufficiente, però anche questo fatto era trascurato dalla smania che ci possedeva. La posizione era scomoda però lo stuzzicante stimolo rimediava egregiamente e noi stavamo agendo come sotto l’effetto di un potente afrodisiaco. Era passato poco più di un quarto d’ora ed eravamo già sudati come dentro a una sauna. Di punto in bianco sentii Barbara scossa da un sussulto, la guardai interrogativo, lei rallentò l’ansito e faticosamente disse:
«Che ora è?» Era imperlata di minuscole goccioline, era eccitata ma anche accorata, non mi sembrava proprio il momento giusto e non capivo l’urgenza di quella domanda, ciò nonostante con uno sforzo che non avrei voluto compiere tornai col cervello sulla Terra e guardai l’orologio.
«Sono quasi le sei!»
«Scusa, perdonami, torno subito!»
«Barbara! Che cazzo fai…!» Non ebbi il tempo di dire nient’altro che lei, creandomi una grossa tensione, si sfilò fisicamente da me e tenendo stretta la gonna pieghettata scese dall’auto. Fui costretto a mettermi le mani sopra guardando innervosito che nessuno avesse visto la scena e l’ansia mi crebbe immediatamente. Barbara salì nuovamente in quel locale e io dopo essermi coperto con una maglietta mi ritrovai nuovamente in attesa.

La luce era ancora scarsa ma diventava ogni minuto sempre più intensa. Stavo pensando di passare nel sedile davanti e andarmene, quando comparve Barbara, anche questa volta non erano passati più di dieci minti. Nuovamente salì dietro e si sedette al mio fianco, mi guardò eccitata, era provocante e immorale. Si spostò nuovamente il filo del tanga e con una voce bassa e sensuale, ma anche pervasa da un leggero ansito di emotività sussurrò:
«Dai… dai… facciamo ancora…! Facciamo ancora un po’…!» Ero irritato dalla situazione, però dovevo sottostare all’atmosfera e alla piacevolezza che Barbarina portava con sé. Lei si collocò esattamente nella posizione che aveva lasciato qualche minuto prima e il suo calore delizioso, assieme al benefico scambio dei nostri fluidi, mi conquistò nuovamente. Ero tornato come d’incanto nell’estasi e godevo ancora di quel momento.
Il popolo della notte, assorbito dall’orario e dalla luce, era scomparso come d’incanto, attorno a noi comparivano i primi personaggi più mattinieri e svegli, ma anche più curiosi. Di certo qualcuno aveva osservato la nostra posizione non proprio naturale e il leggero movimento che preludeva l’amplesso dolce, moderato, adeguato al posto dove eravamo, però inequivocabile. Il nostro intento era di non far notare troppo la cosa, io avevo gli occhi chiusi e devo ammettere che Barbara mi stava facendo stare bene, poi, com’era già successo poco prima, lei si distolse mentalmente, si bloccò, inspirò profondamente aria per riuscire a parlare e con la sua voce sottile disse:
«E’ tardi! Che ora è?»
«Barbara…! E che cazzo..! Che ti frega dell’orario…!» Ruggii sottovoce.
«Scusami… ti prego, devo sapere!» Stavo perdendo la pazienza e quello che mi tratteneva ancora dall’offenderla, era solo il forte coinvolgimento che stavo subendo da quel rapporto sessuale non ancora interrotto. Visto che non le rispondevo, Barbara guardò l’orologio che avevo al polso e l’orgasmo che la fasciava e la faceva godere si infranse davanti al tempo trascorso, lo stesso tempo che veniva ignobilmente scandito dalle lancette odiose.
«Devo andare… scusa… devo farmi vedere dal mio ragazzo, se pensa che sia andata via senza salutarlo, si incazza di brutto e poi mi mena pure…!» Si sfilò come aveva fatto poco prima e mi lasciò completamente bagnato dei suoi umori. Il suo fluido mi era colato sopra le parti intime, sacrificandomi sull’altare del desiderio spezzato.
«Cazzo Barbara. Ancora!» Ero furibondo.
«Scusa, torno fra pochissimo, scusa!»
«Barbara, se te ne vai puoi fare a meno di tornare!»
«Non posso, devo farmi vedere!»
«Cazzo, non ho parole! Sei proprio una figa di legno e per di più stronza!»
«Dai, non fare così! Scusa! Riprendiamo fra un po’, dai, per favore!» La sua era una preghiera, ma io ero rabbioso. Lo sportello dell’auto si aprì e lei scivolò fuori prima che i miei riflessi appannati mi permettessero di afferrarla e non farla scappare ancora. Se fossi riuscito a bloccarla in macchina, probabilmente l’avrei colpita, invece, non potevo far altro che insultarla attraverso la portiera aperta, coprendomi nuovamente.
«Barbara! Vai nel casino, sei proprio una figa marcia!» Lei si girò, mi guardò, non disse niente ma con passo veloce tornò al primo piano del palazzo di fronte per sparire ancora una volta in quel locale. Dopo essermi asciugato alla meglio con dei tovagliolini di carta, mi coprii, mi rimisi in ordine e scesi dall’auto. Mi posizionai alla guida con una tensione che non avrei voluto avere e feci la rotonda avviandomi sulla strada del ritorno.
Nonostante l’orario il traffico era aumentato, una moto di grossa cilindrata mi superò sfiorandomi a velocità pazzesca, per affrontare subito dopo il dosso senza vedere cosa c’era dall’altra parte. Sentii un forte rimbombo e il frastuono di un incidente. Arrivato in cima al dosso, mi fermai perché il tizio sulla moto aveva fatto una carambola con due auto che si stavano superando e lui non era riuscito ad evitarle passandoci in mezzo. Le aveva colpite entrambe e poi era caduto. Per fortuna non mi aveva toccato e quando lo vidi in piedi, sperai solo che facesse presto a spostarsi, zoppicava vistosamente ma tutto sommato gli era andata bene. Lo aiutarono a spostare la moto pressoché inservibile e io appena trovai il varco, lo infilai e tornai da dove ero venuto.

C’erano almeno cinque persone che mi guardavano come se mi aspettassero, ma forse era solo una mia impressione, un mio collaboratore, guardandomi e chiaramente intuendo quello che poteva essermi successo, sorridendo disse:
«Beh, dove sei stato?» Risposi con tono abbastanza irritato:
«E che cazzo! Adesso cosa devo rendere conto a te?» Sul mio interrogativo, intervenne una delle ragazze presenti che parlò come se la cosa fosse ormai di dominio pubblico e quindi si sentisse motivata a dare un parere. Dopo avermi dato una lunga occhiata eloquente, sussurrò laconica.
«Certo, che con quei capelli!» Ero sudato e in effetti dal mio aspetto si poteva intuire molto. La battuta però che mi fece mostrare un imbarazzante rossore e che mi stimolò a uscire dalla stanza, la disse l’altra ragazza presente. Mi guardò con un sorrisetto ironico e scuotendo la testa aggiunse:
«Tanto, se ne sono accorti tutti!»


 


Donna di Scorta

«Cazzo Mario! Quella ti sta appiccicata come una piattola!»
«Tu Alan sei sempre il solito esagerato!»
«Esagerato? Non direi proprio, è la prima volta che ti becco da solo, in pratica lei c’è sempre!»
«Va beh, Paola è un’amica e mi fa compagnia!»
«Un cane ti fa compagnia! Un gatto ti fa compagnia! Quella invece rompe i coglioni!»
«Che cazzo dici! Se non le faccio un cenno non si avvicina neppure e poi, è sempre così carina!»
«Non voglio dire che non sia carina, anzi, tutt’altro, però non capisco come fai con Simonetta e come faccia lei a sopportare Paola vedendo che è sempre lì che ti sbava addosso!»
«Simonetta sa che siamo amici e non è che Paola mi sbava addosso, solo che ormai s’è sparsa la voce e se lei mi guarda tutti lo notano, ma torno a dire che è solo un’amica e poi, cos’è sta specie di interrogatorio, non sarai mica geloso!» In effetti ad Alan, Paola piaceva molto ed era scocciatissimo che la ragazza avesse occhi solo per Mario nonostante lui avesse un’altra femmina.
«Figurati! E’ solo che questo non è molto normale!»
«Stai esagerando, lo ripeto per l’ultima volta, è solo un’amica!»
«Va beh, adesso fai lo scocciato, quindi lascio perdere, però, torno a dire che non è una cosa normale!» La storia singolare di Mario era iniziata praticamente solo da alcuni mesi. Quasi tutti quelli del suo gruppo avevano la compagna fissa e lui come gli altri, era per così dire accompagnato.
Al momento, Mario stava con Simonetta, lui però si distingueva dagli altri del gruppo, perché da quando era nata l’amicizia con Paola, oltre alla ragazza pressoché fissa, aveva anche l’amica pressoché fissa, inoltre, già da prima dell’estate, la voce si era sparsa e sembrava che tutti mettessero in relazione lui e la sua amica Paola, ragazza insolita e amica in esclusiva.
Alan stava leccando un gelato perché si era lasciato coinvolgere dalla golosità di Mario che era senza dubbio il più goloso che conoscesse, erano seduti sugli sgabelloni del Dixy e stavamo parlando di donne come al solito, dicendosi cazzate a vicenda, però avevano smesso di parlare di Paola perché entrambi avevano capito che la conversazione stava diventando fastidiosa, poco dopo arrivò Paola con un amica decisamente sciatta, Alan sentì un tonfo al cuore, però forzandosi esclamò ironico:
«Eccola di nuovo!»
«Non ricominciare!»
«Ok, ok.» Paola, con la sua camminata elegante e naturale, si era diretta con l’amica a un tavolo vicino, l’amica, che non era alta più di un metro e cinquanta, si era seduta arrampicandosi in modo goffo sullo sgabellone, mentre Paola si era accomodata sul seggiolone con una leggerezza di movenze tale che era quasi come se non lo toccasse.
«E’ strana, però bisogna ammettere che è molto bella!»
«Riattacchi ancora?» intimò Mario.
«Scusa!» Disse Alan mentre l’amico aggiunse:
«Ascolta, la trovi strana, poi irritante, in ogni caso ne parli di continuo, significa solo che sei molto attratto, allora perché non ci provi! Guarda che se ci provo io e poi ci sta, tu la perdi e io mi faccio la donna di scorta!» Quella frase infastidì molto Alan, però cercò di stare calmo e in modo semplice disse:
«Non è detto che non ci provi!» Accennò Alan chiudendo definitivamente il discorso su Paola come fosse una normale conversazione fra amici mentre invece, almeno da parte sua, la cosa non era così semplice per l’evidente attrazione che provava. Il suo pensiero, guardando la femmina della sua vita che sapeva di non poter avere, diventava sempre più ossessivo, quel pensiero continuava angoscioso e maniacale come sempre e non poteva assolutamente niente contro le sue inquietudini sempre più ricorrenti.
Alan per quella strana ragazza, avrebbe fatto qualsiasi cosa, era stregato da lei in maniera esasperata, era talmente infatuato che la vedeva l’unica donna possibile per la sua esistenza, si rendeva conto di essere stracotto, però l’attrazione provata non era un semplice innamoramento, era qualcosa di molto più pesante e il suo animo ne era ormai coinvolto fino all’eccesso.
Pensava a lei in continuazione, respirava per il suo arrivo nonostante avesse detto a Mario qualcosa che non pensava e quando la vedeva, il rilassamento era automatico. Lei era lì e lui stava bene.

Paola mostrava di sé un’aura personale che era rilevata da tutti come lei fosse una ragazza semplice che non aveva esigenze particolari e che non suscitava niente di esclusivo, ma non era proprio così. La mente della bella ragazza faceva ragionamenti tutti suoi per quanto riguardasse la sua vita sociale, infatti, l’arcaico pensiero di conquistare e avere un solo uomo e anche di appartenergli ed essere posseduta solo da lui, era sempre presente nella sua mente come un chiodo fisso.
Per Paola, quella gravosa disposizione era vincolante e in attesa di ciò che per lei sarebbe stato l’uomo giusto, preferiva non avere nessuno, non voleva procedere per tentativi come facevano molte delle sue amiche, infatti era ancora in attesa.
La cosa non le pesava e lei, a quasi ventisei anni si beava di quello che si era creata, un mondo tutto suo fatto di sogni quasi tangibili, di speranze sospirate, desideri che non si sarebbero mai realizzati, illusioni fantastiche e infantili, deliri tutti suoi e sempre vivi nei momenti di estasi, miraggi di promesse che nessuno le aveva mai fatto, ma anche di passioni non corrisposte, di eccitazioni che esistevano solo nella sua fantasia e di utopie consolidate che le facevano credere di vivere nel modo giusto. Senza rendersi conto che era completamente insensato vivere in quel modo, Paola procedeva convinta di essere dalla parte della ragione, sapeva che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato e sapeva che la vita stessa, prima o poi le avrebbe dato ragione.
Però quel suo esclusivo sistema, risultava agli altri di una dolcezza unica e Paola infatti, non incitava gelosie e su di lei nessuno poteva avere atteggiamenti invidiosi o sensi di rivalità. In Paola tutto appariva chic e ordinario nello stesso tempo, forse la parola giusta era purezza.
Paola era una ragazza pura nel suo aspetto fisico molto piacevole e anche nel suo nome banale, pura nel suo modo di fare dalla gradevolezza divina e nell’attrazione dei sensi, era pura nella sua riservatezza e nell’intelligenza che le permetteva quel comportamento, inoltre era consapevole di quello che fosse per gli altri, quindi era pura anche nei pensieri che accendeva negli amici, però da questa sensazione generalizzata, c’erano un paio di esclusioni, Mario e Alan.
Il primo sentiva per lei una attrazione aggressiva, intensa, avrebbe voluto possederla mantenendo nel contempo la relazione con la sua ragazza fissa, Simonetta, però si frenava e voleva riuscire a pensarla solo come amica.
Alan invece, quando vedeva Paola, prima si rilassava perché per quella strana ragazza sentiva una attrazione melodiosa, raffinata, poi si innervosiva perché anche se non ci credeva fino in fondo, pensava che non sarebbe mai riuscito a possederla.
Alan, alcuni giorni dopo, forse proprio per la chiacchierata con l’amico Mario, decise di provarci. Riteneva, senza una ragione ben precisa, che fosse arrivato il momento giusto.
Alan vide uscire Paola dalla parrucchiera, era come al solito di una dolcezza unica, si era fatta i capelli ricci e siccome erano biondo chiaro e ne aveva tanti, sembrava un angelo caduto dal cielo.
«Paola, posso parlarti un attimo?»
«Certo Alan!»
«Sai Paola io vorrei conoscerti meglio, se a te non dispiace…» La ragazza plasmò un sorriso che l’uomo avrebbe voluto baciare, però non lo fece andare avanti.
«Vedi Alan, c’è solo un uomo che possa domandarmi questa cosa e ricevere da me un si immediato. Tu sei un caro ragazzo e siamo molto amici, però, anche se mi spiace, non sei tu quell’uomo!» Il cervello di Alan andò letteralmente in fiamme, ma il tono di Paola non era quello che si poteva contraddire e lui doveva accettarlo, ciò nonostante provò a ribattere:
«Scusa, forse mi hai frainteso…» Fu interrotto una seconda volta:
«Scusa tu se ho capito male, comunque, saremo di certo amici e vedrai che magari, più avanti ci conosceremo anche meglio!» Con eleganza si era difilata e come al solito, aveva detto a qualcuno ancora una volta no.
Alan la salutò con noncuranza e se ne andò, la sua anima era in subbuglio e si accontentò di quel no al novantacinque per cento, anche perché non poteva fare nient’altro in quel momento.
Alan, abbastanza innervosito si diresse al solito bar sul viale Roma, era certo di trovare gli altri e infatti c’erano tutti.
«Cazzo Alan, ti è morto il gatto?» Disse uno del gruppo vedendo il viso dell’amico decisamente tirato.
«Mah, ho visto giorni migliori! Credo sia così la frase di quel vecchio film!» La frase invece era da leggere sotto un’altra ottica, significava: Lasciatemi perdere che oggi sono incazzato nero, quindi, lasciatemi stare punto e basta! Gli altri si disinteressarono di Alan che si sedette in un tavolo vicino dove c’era una ragazza che da tempo era interessata a lui, ma che Alan non aveva mai preso in considerazione.
«Ciao Carmen, ti spiace se mi siedo qui?» Domandò Alan all’amica che stava leggendo un libro e da come era assorta, doveva essere molto interessante.
«Ci mancherebbe, però io fra poco devo andare!»
«Quando vai via, me ne vado anch’io, oggi non è giornata!» La ragazza lo guardò, non disse niente e si mise nuovamente a leggere.
Alan aveva i suoi pensieri ed erano tutti per un’altra donna che in quel momento non c’era. Nel tavolo di fianco c’era anche Mario, anche lui aveva dei pensieri, anche i suoi erano per una ragazza che in quel momento non c’era. I pensieri dei due uomini erano per la stessa donna, Paola.
Sembrava proprio che in quel tardo pomeriggio estivo, Paola, la ragazza semplice che non risvegliava niente di particolare in nessuno, stesse invece convogliando i pensieri dei due amici: “E’ la figa più amabile che conosco, è sempre perfetta, comprensiva, attraente, ma nessuno che io sappia se la fa. Ma perché cazzo mi ha detto di no! Però non è un no definitivo, prima o poi capirà che Mario è impegnato e allora io sarò lì. Porca puttana, prima o poi mi dirà di si!” Stava pensando Alan mostrando a Carmen uno sguardo perso nel vuoto.
Il pensiero di Mario invece era di tutt’altra tonalità: “Io la tratto con noncuranza e lei è sempre lì, disponibile per me. Non posso non accettare la sua amicizia, anche perché è così dolce, cosa faccio, la caccio? E poi, sembra che Simonetta di Paola non sia gelosa. Forse Paola è l’unica donna che posso frequentare senza destare tensioni in Simonetta, che peraltro è la ragazza più gelosa che esista. Quindi… quasi quasi me la faccio, tanto con me lei ci sta e a Simonetta non dice niente di sicuro. E come dicevo ad Alan, per me sarà come avere la donna di scorta!” Mario sorrise della sua stessa ironia, anche se era decisamente penosa.
«Ehi Alan! Io devo andare!» Disse Carmen chiudendo il libro.
«Scusa, ero distratto. Dove hai la macchina?»
«Di là, nel parcheggio!»
«Anch’io l’ho messa di là, mi aspetti un secondo, pago e andiamo assieme!»
«Ok!» Annuì Carmen.
«Ciao a tutti!» Salutò la ragazza allontanandosi con l’amico. Uno del gruppo riferendosi ad Alan disse forte:
«Ehi Carmen fagli qualcosa di stimolante, altrimenti diventa ancora più rincoglionito di quello che è!» Lei fece un cenno spiritoso che stava a significare: ci penso io, mentre Alan mostrò a tutti il dito medio, il gesto era molto chiaro: andate tutti a fare in culo.
I due ragazzi arrivarono al parcheggio, Alan era leggermente nervoso e Carmen era titubante perché doveva vedersi col padre ed era già in ritardo, mentre le sarebbe piaciuto prolungare ancora per un po’ la compagnia di Alan. Lui la guardò, stava per salutarla e andarsene, quando dentro al cervello gli arrivò una frase che spiegava bene la condizione che stava vivendo in quel momento e che riguardava Paola.
Per respingere quella sgradevole sensazione, pensò: “in culo a tutti!” Dopo questo sfogo solo mentale, si avvicinò a Carmen, la prese con delicata irruenza e trascurando l’atteggiamento che era di pura sorpresa, la baciò pressando le sue labbra su quelle carnose e umide di lei.
«Caspita Alan!»
«Scusami Carmen! Non so cosa mi è preso!» L’appuntamento col padre scomparve dai pensieri della ragazza.
«Eh no! Non ti posso scusare, se non lo fai almeno un’altra volta!» Lei gli sorrise ed i suoi occhi chiari erano diventati leggermente più intensi. Alan sorrise a sua volta e solo in quel momento si accorse che Carmen era davvero bella, anche se non era molto alta. Un bel viso, un corpo ben proporzionato e poi, pensò: “Cazzo è una ragazza spiritosa e ti mette sempre di buon umore”. Il secondo bacio non fu più molto sfuggente e tramite quello, decisamente più intrigante, si scambiarono una sorta di promessa.

Erano passate solo tre settimane, nel gruppo le cose avevano assunto qualche leggero mutamento.
Mario e Simonetta erano ancora assieme, ma più svogliatamente di prima e lui consolidava sempre più il desiderio di fare sesso con un’altra.
Alan e Carmen erano la nuova coppia fissa del momento e anche lui consolidava sempre più il desiderio di fare sesso con un’altra.
Per entrambi l’altra era sempre Paola, solamente che ad Alan lei aveva già detto di no, mentre Mario non trovava mai il momento giusto per provarci.
«Questa sera ha organizzato tutto Romano!»
«Figurati! Quando organizza Romano ci sono sempre casini!»
«Nessun casino!» Accennò Romano con risentimento:
«Questa sera verso le nove, ci troviamo al Barracuda, ognuno mangia quello che vuole e paga quello che mangia! Non come l’altra volta che abbiamo fatto una figuraccia! Poi verso mezzanotte o la mezza, andiamo alla spiaggia davanti al Grand’Hotel… e chi c’è, c’è. Facciamo il bagno perché col mare in Ardore è bellissimo, quelli che non lo vogliono fare, si arrangiano, poi con comodo andiamo tutti al Carter’s Rest, che è lì vicino, quindi a piedi ci si arriva benissimo! Vi piace?»
«E’ una stronzata!» Romano ci rimase molto male perché l’organizzazione della serata era semplice e non pensava che a qualcuno non andasse bene.
«Perché?» Domandò ingenuamente.
«Hai chiesto se va bene a tutti?»
«No! Davo per scontato…»
«Male! Io per esempio, non ci sono perché sono a cena coi miei per un anniversario e di certo farò tardi, inoltre, credo non possa venire neanche Carmen e poi chissà gli altri se possono!» Romano si innervosì.
«Io credevo…»
«Va beh, non preoccuparti, voi fate il bagno, noi verremo più tardi, ci vediamo al Pub, comunque le tue organizzazioni sono sempre una vera schifezza!» Disse Simonetta decisamente irritata. Romano, anche se era ormai troppo tardi, domandò agli altri:
«Allora, Gianna c’è, tu Enrica ci sei?»
«Io, Franca e Giovanni, ci siamo!» Confermò Enrica.
«Ok, Alberto lo so io! Mario c’è, anche se Simonetta sarà un po’ incazzata!» Simonetta alzò le spalle.
«Alan c’è e Carmen la sento dopo, qualcuno sa di Denny?»
«Denny non può venire, so che è in albergo, ha conosciuto una nuova e sono due giorni che se la sta leccando tutta, se continua ancora un po’ la squaglia come un gelato!»
«Cazzo! però Denny ci voleva, chi ci racconta tutte quelle barzellette stronze?»
«Hai visto? E’ come dico io, la tua è una organizzazione del menga!» Ribadì Simonetta molto infastidita dal fatto di non poter andare.
«Che ci posso fare, se non facciamo il bagno stasera, magari il mare in Ardore domani non c’è più!» Si scusò Romano, mentre a Simonetta, rispose Mario:
«Smetti di fare la lagna, chi non può venire non viene!» Lei senza dire una parola si alzò e si allontanò.
«Non preoccupatevi che poi le passa!» Il pensiero di Mario era un altro: “Stasera visto che non c’è Simonetta, mi faccio Paola!” Al pensiero seguì uno sguardo diretto e Paola, che era sempre presente nel gruppo, lei capì che poteva succedere qualcosa e ne fu felice.

Al Barracuda c’era più eccitazione del solito, Enrica faceva la stupida con Giovanni e l’amica Franca non era contenta, però tutti gli altri se la spassavano trascurando gli sguardi fra Mario e Paola che se fossero stati notati erano più che espliciti. Nel locale qualcuno mangiò la pizza, qualcuno la pasta, poi si diressero tutti alla spiaggia. Attraversarono il lungomare alla spicciolata e si immersero nell’oscurità della notte filtrando fra ombrelloni chiusi e lettini prendisole che risultavano molto comodi per chi ne avrebbe voluto approfittare. Poco dopo si sentì un grido di richiamo per le ultime indicazioni, naturalmente da Romano che sentiva la responsabilità per la buona riuscita della nottata:
«Oeeehhh genteeee… Al massimo all’una ci vediamo davanti al Grand’Hotel per fare il bagno e ora chi vuole scopare… ha solo un paio d’ore!» Da una delle ragazze, arrivò immediata una risposta:
«Scemo!»
Paola camminava leggera sulla sabbia si era tolta i sandali e godeva del fresco sotto le piante dei piedi, era vicino a Franca che appena poteva si aggregava, gli altri si erano dispersi attorno.
«Cosa facciamo? Andiamo subito verso il Grand’Hotel…?»
«Guarda che gli altri prima di due ore come minimo, non ci saranno!» Era ovvio che le coppie formate o in via di formazione, avrebbero approfittato per restare un po’ nell’intimità, sia per la temperatura molto gradevole che per il buio che donava al posto una accogliente e intrigante privacy.
«Allora cosa facciamo?» Non aveva ancora finito la domanda che arrivò a sorpresa e dal buio Giovanni.
«Presa!»
«Stupido, mi hai fatto paura!» Gridò Franca mentre veniva trascinata via da Giovanni e mentre faceva una finta resistenza, facile da capire. Paola sorrise, sapeva che loro due cercavano da un po’ di tempo di stringere il loro rapporto e quindi, all’amica che si stava allontanando disse:
«Che vuoi fare, ormai ti ha catturato, ti toccherà cedere!» Da lontano si senti solo una blanda scusante di Franca:
«Paola perdonami, Giovanni è il solito!» I due scomparvero e Paola restò sola.
Paola stava bene anche da sola, camminò ancora verso il mare, poi si spostò dal passaggio in lastre di cemento colorato e si inoltrò al buio in mezzo agli ombrelloni. Vicino a lei non sentiva più niente ed escludendo qualche schiamazzo ormai lontano, tutto era pace.
La ragazza si sdraiò in un lettino e guardò il cielo nero punzecchiato da poche stelle, per lei aveva una particolare seduzione, però quel fascino spietato le stava dicendo che lei era l’unica donna in quella spiaggia che non avesse accanto a sé un uomo. Paola fece un leggero sorriso che voleva essere ironico, però nello stesso tempo una lacrima perfida le faceva sapere che era inutile fingere. Era sola.
Un passo silenzioso si stava avvicinando, Paola non lo poteva sentire perché era troppo immersa nell’oblio dei suoi pensieri, ma anche l’ombra silenziosa, era a sua volta seguita da una figura interessata e ancora più furtiva.
«Si può?» Paola sussultò.
«Mario! Che paura mi hai fatto!»
«Scusa, ti ho vista allontanarti con Franca, poi ho visto che lei se ne andava e allora ho pensato di farti compagnia, se non ti disturbo!»
«Caro! E’ la cosa più bella che mi potesse succedere!» Sussurrò in modo sensuale Paola tergendosi furtivamente la piccola lacrima che al buio non si poteva vedere.
«Vieni, siedi qui!» Accennò la ragazza mettendosi di lato e facendo posto all’uomo nello stesso prendisole.
«Grazie, ma con questo caldo, forse nello stesso lettino sudiamo!» Accennò Mario distendendosi al suo fianco. Il pensiero di Paola era uno solo: “O adesso o mai più!” L’apertura mentale che si stava preparando era completa, si sarebbe donata all’uomo dei suoi sogni.
«Anche il sudore ha la sua importanza!» Sussurrò Paola in modo malizioso.
«Forse l’importanza è solo quella di farci puzzare!» Accennò in modo spiritoso lui distendendosi e passando il braccio sotto la testa della ragazza.
«Oppure di fare in modo che l’attrazione divenga più forte e più intima!» Bisbigliò esplicita lei, accostandosi di più.
«A me andrebbe di essere più intimo con te!» Disse Mario, il grande momento di Paola era arrivato, doveva capire se l’uomo era disposto a impegnarsi con lei e solo con lei.
«Anche a me andrebbe, ma tu hai già la ragazza e con Simonetta, l’intimità ci sarà di sicuro!» Paola non percepiva le avance che stava facendo all’uomo come un tradimento all’amica, per lei era una questione di importanza primaria, non sapeva se nella sua vita futura avrebbe incrociato ancora un uomo per cui avrebbe dato tutto, anche la vita. Mario però la pensava in modo leggermente diverso, lui era un ragazzo con poco tatto e non andava troppo per il sottile.
«Che centra, con lei è un’altra cosa, per te provo un’attrazione più prepotente!» Il buio assorbiva i loro sussurri sempre più intimi, ma non per la figura interessata e furtiva che si era fermata a pochi metri da loro.
Paola aderiva perfettamente al corpo del ragazzo, fremeva al solo pensiero del contatto e sentiva la rigidità di lui premere contro la sua coscia. Paola cercava ancora di ragionare col cervello, ma era in difficoltà perché il suo corpo si stava sempre più arroventando e non era per la temperatura ambientale. L’intimità che si stava creando fra di loro era piacevole, ma Paola ancora resisteva.
«Mi spiace, sono molto possessiva, non posso dividere un uomo, però posso dividere un amico, se è questo che vuoi!»
«Ma noi in questo momento non siamo più amici! In questo momento ci desideriamo e ci vogliamo col corpo!»
«Si… si ti voglio. Ma ti voglio solo per me!»
«Io invece ti voglio e basta!» Disse lui con poco garbo.
«Sei malvagio, fai così perché sai che in questo momento non ti potrei dire di no. Tu hai il potere di eccitarmi anche solo con la presenza, però sappi che io rimango la tua più grande amica. Se però adesso mi prenderai, dovrai farlo consapevole di essere solo mio e per sempre!» Quelle parole sussurrate furono trascurate da Mario, ma non dalla sagoma scura che era così vicina da poter sentire anche i loro sospiri senza essere percepita.
«Si, si, tutto quello che vuoi, per sempre, per sempre… però adesso togli questo…» Il perizoma si sfilò come per incanto, i pantaloni corti del ragazzo e gli slip furono gettati sulla sabbia e la penetrazione fu violenta. Il grido trattenuto di Paola e le sue lacrime non vennero rilevate e l’amplesso andò avanti per parecchio tempo, finché Mario non si sentì sfinito.
Si distesero più composti sullo stesso lettino, erano fradici di sudore, bagnati dei loro umori e pienamente soddisfatti, solo in quel momento Mario ricordò le brevi grida mescolate ai sospiri di piacere.
«Che avevi da gridare?»
«Mi facevi un po’ male, ma poi è tutto passato!» Il ragazzo era nudo e si sentiva ancora bagnato, si toccò e poi alzò la mano per vedere, ma non vedeva niente, allora, il suo dubbio fu esternato:
«Mah, cos’eri vergine?»
«Si!»
«Ma come, a venticinque anni suonati eri ancora vergine?»
«Si, ma ora non più, ora sono solo tua e lo sarò per sempre!»
«Per sempre un cazzo… diciamo qualche volta!» La delicatezza di Mario era scomparsa e il poco garbo, stava diventando sempre più esplicito.
«No!» Il no di Paola era accorato.
«No un cazzo! Io la figa ce l’ho già! Comunque Simonetta non saprà niente e noi qualche volta scoperemo ancora, così ti divertirai anche tu!»
«No… no!» Paola si mise a sedere tenendo il capo racchiuso fra le mani, i no della ragazza erano disperati, poi divennero angosciati e poi si trasformarono in supplichevoli. Paola mescolava ai suoi impercettibili no, le lacrime silenziose che ormai cadevano in abbondanza sulla sabbia asciutta, che le accoglieva per avvolgerle nel suo arido pudore.
«E smetti di fare la lagna, non ti è piaciuto?» Paola si obbligò a calmarsi, le lacrime che al buio non si potevano vedere si fermarono e lei disse:
«Si, mi è piaciuto! Mi è piaciuto molto!»
«E allora? Quante storie, ti ho detto che scoperemo ancora, che vuoi!»
«No! non lo faremo più! Mai più!» Mario non si rese conto che le parole della ragazza avevano cambiato tono, ma l’ombra nascosta dietro un lettino a meno di tre metri da loro aveva capito che la donna non avrebbe mai più fatto l’amore con quell’uomo e intimamente era contenta.
«Va beh, se lo vorrai fare ancora io ci sarò, altrimenti vai al diavolo!» Poi cambiando tono come se fra di loro non fosse accaduto nulla Mario disse:
«Comunque fra un po’ ci incamminiamo verso il Grand’Hotel, gli altri ci aspettano per fare il bagno, così ci laviamo anche sta merda!» Affermò Mario guardando la mano senza vederla e immaginandola sporca di sangue. Poi in modo freddo aggiunse:
«Vedrai che l’acqua del mare, specialmente adesso che è in ardore ci purificherà e ci darà un refrigerio bellissimo, anche tu dopo ti sentirai bene e nelle prossime scopate ci divertiremo anche di più!» Disse come se la loro storia avesse un continuo esclusivamente fisico.
La ragazza era in piedi vicino al lettino e il suo atteggiamento era spento, ciò nonostante sussurrò:
«Non ci saranno prossime volte!» Mario si distese meglio, chiuse gli occhi e allungò una mano, accarezzò la coscia di lei che non si ritrasse finché la mano non giunse nella sua intimità ormai violata.
«Si che ci saranno altre volte e sarai tu a domandarmelo!» Accennò con tono annoiato notando che lei ritraendosi non era più raggiungibile dalla sua mano.
«Non lo faremo mai più!» Paola si era spostata. Era leggera come sempre e aveva il cervello in fiamme, si sentiva il corpo sporco, si allontanò di qualche passo seguita dallo sguardo dello sconosciuto che restava sempre nascosto e dalla voce di Mario che percepì per la prima volta in modo estremamente sgradevole.
«Dove cazzo sei!» Paola sentì un fremito, la sua pelle reagiva al disgusto e immaginava che tutti i peluzzi del suo corpo fossero diritti per lo sdegno e per lo schifoso che sentiva dentro. L’uomo disteso sul lettino, non sentendo più niente disse ad alta voce:
«Se vai dagli altri, digli pure che io arrivo subito. Dopo una scopata mi riposo sempre un po’!» Paola fece solo qualche passo, poi trovò uno dei soliti tavolini rotondi di plastica dove mancava la parte superiore dell’ombrellone, sfilò lentamente il grosso palo sottostante e tornò indietro. Mario, sempre a occhi chiusi, la sentì tornare e disse:
«Hai cambiato idea? Guarda che per stasera non si scopa più!»
«No, non ho cambiato idea e non ci sarà una prossima volta!» Il ragazzo sorrise ed aprì gli occhi.

Le esili mani di Paola, tenevano sollevata quella sorta di pesante clava di legno massello, l’uomo vide solo la sagoma nera della ragazza che con tutta la forza della sua disperazione lo stava per colpire, lui per lo stupore non ebbe nessuna reazione. La fronte di Mario assorbì il colpo emettendo un rumore secco e sinistro.
Paola aveva messo in atto una cosa mostruosa, ma il suo cervello le aveva comandato di farlo e lei non avrebbe potuto rifiutarsi, però subito dopo essersi resa conto pienamente di quello che aveva fatto, si inginocchiò di fianco a Mario piangendo.
«Perdonami, perdonami…» L’ombra nascosta da quasi un’ora, aveva seguito tutto, era stata colta alla sprovvista dalla reazione esagerata della ragazza e certo non si aspettava che l’amore donato a Mario che giaceva ormai senza vita, fosse così estremo.
L’ombra nascosta considerava la situazione nel suo complesso e aveva guardato quel gesto istintivo come qualcosa di nobile, vide l’assurdità compiuta, come una cosa pregiata e accettò quel fatto automatico, come dignitoso e ineluttabile, per l’ombra nascosta non era altro che un’azione imposta alla ragazza dalla tragica e fatale necessità del momento. Il pensiero dell’ombra fu semplice: “magari amasse me in quel modo! Io si che saprei ricambiare!” Paola era nuda e in ginocchio nella sabbia, si toccava il pube ancora sporco del suo sangue verginale e sentiva ancora il piacere, che per qualche attimo le aveva fatto credere di essere riuscita a trovare quello che cercava da tutta la vita. Sapeva che la purezza che si era sempre attribuita, non sarebbe mai più stata sua, da quel momento il suo candore era scomparso e lei era un donna come tutte le altre, ma più sporca, contaminata per sempre da un uomo indegno, non poteva fare altro che morire anche lei, non avrebbe più potuto vivere sapendo di essere stata prima insudiciata e poi rifiutata.
Si alzò, raccolse da terra il palo, lo girò e lo infisse lentamente nella sabbia, però lo mise al contrario e la punta che normalmente veniva piantata nella rena, in quel momento era puntata verso il suo ventre, era acuminata e nascosta nella penombra. Sarebbe bastato il peso del suo corpo e una piccola spinta iniziale, per aggiungere alla tragedia appena conclusa, un’altra vita.
Paola era decisa, si allontanò di poco e prese la rincorsa verso il puntale che sembrava esigere la sua vita. Teneva le braccia aperte e volava verso la morte leggera come un angelo. Un braccio robusto l’afferrò prima che venisse sfiorata dalla punta che per quella notte non si sarebbe bagnata di sangue innocente, quel palo di legno appuntito, per quella notte non avrebbe strappato un’altra esistenza.
«Che cazzo fai!» Gridò l’ombra che per la forza messa in quel salvataggio, aveva sollevato la ragazza come fosse stata una piuma.
«Ahhh chi è…!» Il breve grido di Paola si interruppe, poi si divincolò e si girò. Nel buio, dalla voce e dalla silhouette, riconobbe l’ombra che da quasi un’ora la stava osservando. Era nuda, ma le sue sensazioni la facevano sentire coperta da tutta la melma del Mondo.
«Alan, Alan… l’ho ucciso, l’ho ucciso…!»
«Lo so, ho visto tutto!»
«Hai visto… mi hai visto…!»
«Si, è la prima volta che faccio il guardone, ma ti amo, che ci posso fare…!» Lei si mise a ridere in modo insensato, una risata isterica, paradossale, pazzesca ma liberatoria. Paola divenne leggermente più fredda, fece alcuni grossi respiri e si tolse le ultime lacrime dagli occhi, si sentì più lucida e più lurida.
«Mi ami…! Già, mi ami… io ho appena fatto l’amore con un uomo che non mi amava e poi l’ho ucciso, mentre uno che mi amava, mi stava a guardare…! già…! Mi ami…! Io non potrò mai più amare nessuno, potrò solo morire!»
«Tu non morirai!»
«Che dici! Ho appena ucciso Mario, lo vedi? E’ lì, morto! Morto solo perché mi ha scopato…!» Il sarcasmo lucido della ragazza riusciva solo a ricoprire i suoi pensieri sempre più infangati in una melma densa e orrida. Alan era un vero amico di Mario, però amava Paola in maniera ossessiva e la voleva, ma capiva che gli stava sfuggendo tutto dalle mani, in quel momento allucinante il suo cervello provava solo ripugnanti e sconvolgenti emozioni, l’uomo era sempre più disperato.
Doveva salvarla, doveva farlo per se stesso, fece lavorare il cervello in fretta e poi trovò la soluzione anche se non sapeva come sarebbe andata a finire.
L’afferrò e la trovò priva di corrispondenza, priva di controllo vitale, sapeva che lei non si sarebbe mossa da dov’era, allora in modo spasmodico cercò il tanga della ragazza, le infilò il capo intimo e poi le fece indossare anche la mini e la canotta, lei agiva come fosse una bambina di tre anni che viene rivestita dalla mamma, non aveva quasi più reazioni, poi l’uomo con voce decisa e autoritaria le disse:
«Tu non lo hai ucciso, è morto per un incidente!» A Paola girava la testa e l’adrenalina che prima scorreva nelle sue vene e che la sorreggeva, stava lasciando il posto a una depressione che forse l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.
«Cosa dici, non capisco…»
«Tu faresti di tutto per l’uomo che ami?»
«Si, ma non c’è più.»
«Si che c’è! Pensaci!» Paola capì cosa intendeva e fece un sorriso triste, poi lo sfiorò con una infelice carezza e con voce spenta aggiunse:
«Magari avessi amato te, magari!»
«Non devi dire magari avessi, tu mi ami e io ti amerò per sempre. E ti prometto che ti innamorerai di me!» Lei sospirò profondamente seppellendo per sempre la sua allegria.
«Mi hai sempre amato!» Ripeté deciso.
«L’avesse voluto il cielo…» Fu l’ultimo sussurro impercettibile di una ragazza che restava in piedi a pochi passi dal cadavere del suo primo amante, senza la forza di sapere cosa fare.
Lui attese qualche attimo, poi la costrinse a sedere in un lettino prendisole a pochi metri dal cadavere silenzioso, che restava al buio come non ci fosse e le ordinò:
«Tu resta qui, io torno subito!»
Rivestì il cadavere dell’amico, se lo caricò sulle spalle e camminando in fretta arrivò fino all’acqua controllando che non ci fosse nessuno a vederlo. Mise l’amico su di un pattìno e lo trascinò di forza, finché l’acqua non fece galleggiare la piccola imbarcazione. Alan remò per sei o sette minuti con forza, guardando le luci della riviera che si allontanavano. Al largo fece scivolare il corpo dell’amico morto in acqua, lo fece dolcemente quasi a rendere giustizia all’ultimo triste gesto e poi, con altri sei o sette minuti di vigorose remate tornò indietro. Non erano passati più di venti minuti che l’uomo, sudato ma risollevato nell’anima stava correndo dalla ragazza.
Trovò Paola nella stessa identica posizione in cui l’aveva costretta a sedere, le fece una carezza sul viso, lei era inebetita dalla situazione che si era creata in quella diabolica e assurda notte. L’uomo capì l’atroce angoscia che provava la ragazza, sapeva che era immane pero non si poteva fare più niente per tornare indietro e lui voleva andare avanti, tenendo lei per mano, sia fisicamente, che emotivamente.

«Ehi voi due!» Disse Romano.
«Che c’è!» Domandò Alan che teneva per mano Paola ancora leggermente frastornata, anche se al buio non si poteva vedere.
«Se vi becca Carmen, vi sistema tutti e due!»
«Guarda che con Carmen è stata una cosa passeggera e di pochi giorni, invece con Paola sarà per sempre!»
«Si, si, per sempre! Dopo la prima scopata si dice sempre così!» Romano si girò verso gli altri e disse:
«Dai… andiamo ai Mosconi… lasciate un Pedalò a Giovanni e Franca, altrimenti succede come l’altra volta che siccome ha detto di non saper remare, lo abbiamo dovuto trainare fino a riva! Qualcuno ha visto Mario e Alberto?»
«Si!» Rispose Alan stringendo più forte Paola e pronto a metterle la mano davanti alla bocca in caso lei avesse voluto gridare a tutti la sua enorme angoscia.
«L’ho visto io, mi ha detto che usciva col Moscone
«Cazzo, il solito stronzo, ma con chi era? Qui manca un sacco di gente!»
«Che ne so io, ho solo sentito la voce, mi ha gridato da lontano: io vado!» Paola borbottava qualcosa di incomprensibile e si sentiva sempre più sporca. La ragazza stava tremando vistosamente, ma la decisione di Alan la stava soverchiando e non riusciva ad opporsi. L’uomo strinse la sottile vita e lei non si oppose perché si sentiva svuotata di qualsiasi energia. Da parte di Paola non ci sarebbe stata nessuna reazione e di sicuro per tanto tempo.
Lui sapeva che poteva contare su questo almeno nell’immediato, quindi la guardò e vedendola scarica di reazioni, osò.
Si avvicinò agli altri stringendo forte Paola, doveva far vedere che loro erano assieme da un bel po’. Tutti si davano daffare per mettere i Mosconi e i Pedalò in acqua, quando Alan fu a poca distanza dagli altri, girò verso di sé il corpo inerte della ragazza che si faceva muovere come un burattino senza volontà e la baciò intensamente, facendosi notare. Lei non rispose al bacio, ma lo subì anche se in definitiva, nella tragica alterazione che provava, lo trovò dolce, piacevole.
«Ehi voi due, datevi daffare, piuttosto che stare lì a sbaciucchiarvi!» Disse il solito Romano che era ancora il famoso organizzatore.
«Ok!» Rispose Alan con voce scocciata per far capire a tutti che preferiva baciare Paola, piuttosto che andare a fare il bagno. Paola invece stava ancora borbottando a bassa voce, ma questa volta le parole potevano essere percepite da Alan.
«Non ce la faccio, non ce la faccio!»
«Mi ami?» Domandò assurdamente Alan. Lei era talmente rintronata da non capire quasi neppure quello che il ragazzo le domandava, però gli rispose:
«Non lo so, non so niente, non sento più niente, non capisco più niente…»
«Allora te lo dico io. Tu mi ami e ora dimmelo!» Lei sempre più intontita non capì.
«Cosa?»
«Dimmi ti amo!» Lei attese un attimo, aveva capito cosa doveva dire, ma non capiva perché lo dovesse fare e allora lui ordinò:
«Dillo!» Paola sussultò e poi con la sua voce gradevole, lo disse:
«Ti amo…» Si sentiva vuota.
«Dillo ancora!»
«Ti amo…» Si sentiva spenta.
«Ancora!»
«Ti amo…» Si sentiva distrutta, però quella parola le faceva provare un po’ meno il senso di soffocamento che percepiva da quando aveva colpito Mario col palo dell’ombrellone. Alan si rese conto del lievissimo cambiamento di tono e allora l’abbracciò e con inflessione delicata, le domandò ancora:
«Ti prego, dimmelo di nuovo!» Lei abbassò gli occhi e lo disse un’altra volta ma questa volta era un po’ più vero.
«Ti amo.»
«Non sarai mai più una donna di scorta! E adesso dillo ancora!» Lei non capiva cosa intendesse e questa volta la parola le venne più fluida, più semplice, più naturale, Paola chiuse gli occhi per sentirla meglio dentro di sé, forse anche lei incominciava a crederci:
«Ti amo.» Quelle effusioni non passarono inosservate:
«Allora venite a fare qualcosa in acqua o fate altre cose qui sulla battigia a beneficio dei guardoni arrapati?»
«No! Veniamo, meglio in acqua, Paola deve dirmi una cosa sola e poi arriviamo!» Alan si girò verso la ragazza, la loro situazione era di un assurdo inconcepibile, eppure lui ci credeva e lei, nonostante fosse inebetita e si sentisse inutile e non completamente presente nel suo corpo, avvertiva che qualcosa nel cervello le stava dicendo che poteva ancora attaccarsi a una parola, per avere una sola possibilità di respirare ancora.
«Ti amo… e… so cosa stai cercando di fare… io non ho più forze, dovrai fare tutto tu… tutto da solo…» Accennò scuotendo la testa senza volontà.
Alan la guardò senza dire nulla ma intensamente e attese qualche attimo, Paola come fosse ormai una cosa automatica, seppe cosa doveva dire e lo disse:
«Ti amo!»

Il corpo di Mario fu restituito dal mare solamente un giorno e mezzo dopo e l’incidente fu convalidato da innumerevoli testimonianze che affermavano di averlo visto prendere il largo. Qualcuno diceva di averlo sentito dire battute, altri di averlo visto con un amico, altri giuravano che era con una amica e per qualcuno invece era solo. Però una cosa era sicura, non c’era niente che facesse pensare a qualcosa di diverso. Era semplicemente un altro morto richiesto dal Dio Mare. Un anziano, che probabilmente passava all’obitorio ogni volta che c’era un cadavere, nell’antico dialetto romagnolo, espresse un vecchio proverbio popolare: Tot i an e mèr uin vò on, ma tutti sapevano che purtroppo il mare, di morti, tutti gli anni ne voleva ben più di uno.
«Lo hanno trovato…» Accennò Paola distrutta.
«Lo so!» Disse Alan stringendo forte l’esile corpo della ragazza.
«E’ stato un incidente orribile!» Disse lui.
Paola fremette, sapeva che lui avrebbe parlato così anche se lei gli avesse domandato di dire almeno a lei la verità.
«Un incidente orribile, ma noi dobbiamo continuare a vivere.» Alan rimase con la ragazza tutto il giorno, non la lasciò neppure un istante, gli mancava ancora una cosa per riuscire a dominarla completamente e aveva deciso di farlo la sera stessa.
«Questa sera vieni a dormire da me!»
«Mah…»
«Sssssst…» Il sibilo leggero era un imperativo per Paola che non poté fare altro che annuire.
«Devi prendere da casa tua qualcosa di personale?»
«Si…» L’accompagnò fino a casa, Paola abitava coi genitori, Alan entrò spigliato e disinvolto, salutò la madre che non lo aveva mai visto, come se fosse un vecchio amico di famiglia e si infilò con lei nella sua camera. La ragazza prese un minuscolo beauty ci infilò alcune cose, biancheria intima, spazzolino, dentifricio e poi guardò Alan, lui capì che era tutto quello che le serviva. La prese per mano e usci dalla stanza.
«Mamma, questa sera dormo da Franca.» La pietosa bugia fu accolta dalla madre con un sorriso, forse anche lei sperava che quella figlia così particolare, avesse finalmente un po’ di fortuna. La madre annuì e la salutò con un cenno del capo. Salirono nell’auto di Alan che si diresse a velocità sostenuta verso casa sua, aveva un compito gravoso e voleva avere tutto il tempo che occorreva.
«Dove andiamo?»
«Andiamo a casa mia, poi ti dico!» Alan parlò alla ragazza in modo diverso, usando il tono che faceva capire a Paola di annullare completamente la sua volontà per dedicarsi a lui, in quei momenti, lei sapeva di poter accettare solamente tutto quello che lui disponeva, senza obiezioni.
Arrivarono nell’appartamento di Alan, Paola tentennava ma l’uomo aveva assunto l’atteggiamento e non solo quello. La decisione non ammetteva repliche e lei non poteva far altro che seguirlo e ubbidire ai suoi ordini. Entrarono in casa.
«E’ bello qui da te!» Accennò Paola guardandosi attorno senza l’entusiasmo che avrebbe voluto avere.
«Sono contento che ti piaccia, vieni.» La prese per mano e la portò subito nella camera da letto. A lei incominciò a battere il cuore, temeva quel posto perché anche se non era stato detto niente, lei sapeva intimamente che Alan l’avrebbe voluta possedere subito.
«Ti prego… ti prego…» Paola supplicava, ma lui le mise un polpastrello sulle labbra e lei tacque.
«Ti amo Paola! Ti amo tanto e per sempre, proprio come piace a te!»
«Io!»
«Ssssst… imparerai ad amarmi anche col cuore! Per ora mi accontento che tu lo dica!» Il breve silenzio dopo la frase, per il cervello estremamente scosso della ragazza fu facile, perché sapeva come doveva rispondere:
«Ti amo.»
Alan incominciò a spogliarla lentamente e lei si sentiva svuotata da ogni reazione, le braccia erano molli lungo il corpo. Alan tolse con un unico movimento il copriletto e la distese sulle lenzuola. Il corpo nudo di Paola sembrava quello sacrificale sull’ara di qualche idolo dell’antichità. La pelle di Paola, nonostante la temperatura fosse piacevole, al contatto delle lenzuola si ritrovò a fremere. Lui le sollevò le gambe molli che erano rimaste a penzoloni e le adagiò con amore sul letto, lei aveva gli occhi pieni di lacrime e li teneva chiusi.
«Ti amo tanto, il mio è solo un atto d’amore, il più puro che tu possa pensare!» Lei immise aria per quella dichiarazione e dopo una breve attesa dell’uomo, Paola strinse di più gli occhi che spinsero fuori ancora lacrime e disse la sua piccola frase magica.
«Ti amo.» Alan si spogliò mentre guardava quel corpo senza vitalità che lo attendeva per qualsiasi cosa lui le volesse fare. Ma era vero che amava quella ragazza ed era deciso a salvarla nonostante si fosse macchiata di un delitto che Alan considerava ancora meno riprovevole di un vero incidente.
Alan si distese di fianco a lei e le posò la mano sulla spalla, Paola sentì un brivido irrefrenabile salire dalle gambe, lentamente il fremito passò alle cosce e sul ventre, poi arrivò al seno e lei sussultò. Dagli occhi serrati filtrarono altre lacrime seguite da leggerissimi sussulti. Il ragazzo si posò su di lei e si fece spazio fra le cosce, la penetrazione fu rilevata da Paola in modo atroce.
Era come se un ferro infuocato le rovistasse nel ventre, lei piangeva e si muoveva come per rimuovere quella cosa orribile che la stava penetrando innumerevoli volte, distruggendole tutti i sentimenti. La ragazza cercava di divincolarsi ma senza forza, poi le venne in aiuto il suo io più profondo e le disse che forse quello che stava subendo e che le appariva così orribile, non era un gesto cattivo, non era per distruggerle i sentimenti, ma forse, serviva solo per ricostruirli.
Lei, nonostante tutto, si muoveva per distogliersi perché non voleva sentire quel piacere atroce che temeva fosse sporco. Voleva togliersi da quella posizione subordinata, voleva andarsene, voleva morire. Voleva morire ma non riusciva a farlo perché Alan le impediva anche quello, Paola si concentrò e lo sentì di nuovo, lui le stava sopra e continuava a penetrarla senza pietà ma con amore, senza ascoltare le sue suppliche, perché voleva possedere anche la sua volontà, infatti lei stava cedendo, lentamente, però stava cedendo. Lui era troppo forte e non solo fisicamente, nonostante lei si divincolasse col corpo e con l’anima, sentiva di lasciare sempre più spazio alla volontà dell’uomo, poi alla ragazza sembrò di sentire qualcosa che arrivava da lontano, erano parole, allora la sua mente abbandonò un attimo le sensazioni del suo corpo che nonostante tutto voleva godere e riuscì a concentrarsi ancora una volta, solo allora sentì davvero:
«Dillo…» Ormai era abituata a quella parola. Alan era riuscito a ficcarla nel suo cervello e quando lui le domandava di dirlo, lei poteva solo rispondere:
«Ti amo.» Però quella piccola frase non aveva il sentimento giusto e lui era sicuro che sarebbe riuscito ad infilarci anche quello, voleva mettere anche quel sentimento così degno dentro quel corpo giovane e spento che cercava di riaccendere con tutte le sue forze.
«Dimmelo ancora ti prego…»
«Ti amo…» Disse la ragazza un po’ più presente e aggiunse:
«Però, non so se è vero.»
«Si che è vero, mi senti?»
«Si!»
«Lo stiamo facendo col corpo, però io lo faccio anche col cuore e anche tu dovrai farlo col cuore!» Lei sentiva l’uomo dentro di sé, le pareva che ancora frugasse nel suo ventre, però non era più completamente inerte, il suo corpo e solo quello, stava incominciando a reagire, si rese conto che stava per godere, ma non voleva, si sentiva ancora sporca dentro, però in quel momento temeva un’altra cosa, temeva che lui la pensasse una donna immorale, temeva di farsi vedere oscena, indecente e per quello non voleva godere, ma nonostante cercasse con tutte le sue deboli forze di opporsi, di trattenersi, ad un certo punto dovette cedere, le sollecitazioni dell’uomo furono più grandi della sua resistenza e venne.
Raggiunse l’orgasmo in modo violento, non conosceva quell’appagamento perché con la masturbazione che le sembrava di aver praticato più di mille anni prima, non aveva mai provato niente di simile e capì che quello che le stava succedendo, non era da lei solamente sopportato, ma era desiderato.
Solo allora poté ammettere anche a se stessa che il suo corpo era andato oltre le sue percezioni mentali.
Solo in quel momento capì che l’amore fisico che stava facendo con Alan, lo aveva  disperatamente voluto, anche se il suo cervello non aveva mai afferrato la situazione o si era rifiutato di farle conoscere un semplice fatto, l’uomo giusto era proprio lui.
«Ti amo…!» Lui guardò Paola stupito e disse:
«Ma io… non te l’ho domandato!» Lei aveva gli occhi pieni di lacrime perché dalla morte di Mario erano passati solo due giorni e stava già facendo l’amore con un altro uomo e in più, le era piaciuto enormemente e diceva anche di amarlo. Il miracolo era accaduto, se di miracolo si poteva parlare.
Per il cervello di Paola era tutto troppo atroce.
Per il cuore di Paola era tutto troppo vero.


 


L’amica

«Posso sedere qui con te?» Domandò Paola discretamente.
«Alla mensa i posti sono liberi!» La gelida frase di Vanessa assunse per Paola un calore che non c’era e mutò nel suo cervello in: “Certo cara, mi fa molto piacere.” Lei era talmente plagiata dall’amica, che le andava dietro come un cagnolino e avrebbe sacrificato la sua stessa vita se fosse stato necessario.
Lo sguardo carico d’odio di Vanessa, aveva escluso tutti quelli presenti alla mensa, era attirato solo dalle effusioni di due studenti che si trovavano dalla parte opposta della grande sala. Anche Paola vide Max e Chantal e soffrì per l’amica. Vanessa non avrebbe voluto la compagnia di Paola, che riteneva sciocca e di certo non alla sua altezza, ma si accorse che alleggeriva un po’ la sua tensione, quindi l’accettò.
«Sei ancora presa di lui?»
«Mi piace, però adesso va con Chantal!» Tagliò corto Vanessa. Paola per solidarietà, interpretando la sofferenza dell’amica, si riempì di un’inconcepibile e profonda avversione per l’altra studentessa e pensò a Chantal in modo indegno.
«La odio quella!» Fece sapere Paola senza mezzi termini. Vanessa guardò Paola e qualcosa lampeggiò negli occhi gelidi.
«Certo che se fossi sola con lui, potrei parlargli!»
«Se lei non esistesse, lui tornerebbe subito da te!» Aggiunse subito Paola.
«Mi basterebbe parlargli una volta!»
«Ma se lei non ci fosse più, sarebbe meglio!» Insistette assurdamente Paola. Vanessa giustamente trascurò l’affermazione e sussurrò:
«Un’amica vera, mi aiuterebbe!»
«Io sono un’amica vera!»
«Lo so.»
Al funerale di Chantal c’erano tutti, ma nelle prime file, vicino ai genitori distrutti dal dolore, seguivano il feretro gli amici più vicini, Paola, Vanessa e Max.
«Caro, ti starò sempre vicino!» Sussurrò Vanessa a Max, mostrando gli occhi opportunamente lucidi.
«Grazie, tu sei un angelo, non so come farei senza di te!» La mano di Vanessa scivolò dolcemente all’interno di quella di Max che l’accolse leggermente confortato e proprio nello stesso istante, la mano di Paola si posò sull’altra mano di Vanessa, come solo un angelo custode può fare.


 


Una Volta Sola

«La nuova figa di Paul l’hai vista?»
«No!»
«E’ meglio se non l’hai vista, ti assicuro che è una cosa inguarda…!»
«Sttt… zitto che arriva!»
«Ecco, è andato, allora?»
«E’ una cosa inguardabile è bruttissima!»
«Davvero? Lui non è un brutto uomo!»
«Che c'entra, si vede che quelle belle non se lo filano oppure a lui piacciono le brutte!»
«Fatti suoi, io invece voglio provarci con Ada!»
«Ma vai a cagare!»
«Perché? Con Ada non ce la potrei fare?»
«Per piacere… ma tu l’hai vista Ada?»
«Certo che l’ho vista è per questo che ci voglio provare!»
«E quella super, super, super figa, pensi che venga con te? Ma tu hai visto con chi esce?»
«No, ma che c'entra! »
«He he he… il tipo che se la sbatte, arriva puntuale come un orologio e sotto al culo ha una XKR Coupè, mica la bici!»
«E se lei ti meravigliasse e preferisse la bicicletta?»
«Per ora preferisce la Jaguar, però nella vita non si sa mai he he! Comunque auguri!» Il compagno di lavoro si allontanò sogghignando e schernendo il tipo che voleva provarci con la bella collega.
Le solite chiacchiere da ufficio per Paul erano totalmente insignificanti, gli scivolavano sopra lasciandolo indifferente. Lui lavorava e dava poca confidenza a tutti, però era conscio dell’andamento della sua esistenza e sapeva che non era il massimo della soddisfazione. Era un uomo intelligente e anche attraente, però riteneva di avere una buona dose di sfortuna, quindi  con l’andare del tempo, aveva consolidato una sorta di pessimismo che non gli permetteva di essere al massimo delle sue potenzialità.
Lavorava in centro come commercialista in uno studio enorme suddiviso in sale da quattro impiegati ciascuna e c’era solo una cosa per cui era invidiato dai colleghi e non era la sua vecchia berlina oppure la sua ragazza, che a dire la verità era davvero poco attraente. Paul era invidiato per il fatto di avere la scrivania esattamente davanti a quella di Ada.
Quella era l’unica fortuna che lui ritenesse di avere avuto in tutta la sua vita. Lavorava sapendo che di tanto in tanto poteva sollevare lo sguardo e vedere Ada, per lui quello era un tocco balsamico per il cuore, per l’anima e per il corpo e come tutti gli altri impiegati, sospirava ogni volta che la guardava.
Ada al contrario di quello che si poteva pensare, era una donna molto alla mano, sempre gentile e amichevole, però, anche Paul come del resto tutti gli altri colleghi, sapeva che lei era irraggiungibile.
Ada era considerata la miss dello studio, tutti erano convinti che se fosse vissuta ad Holliwood, in quel momento, sarebbe stata certamente impegnata nelle riprese di un film importantissimo.
Ada era tutto ciò che si sogna in una donna, era incantevole come una creatura soprannaturale, gradevole e adorabile in ogni momento, era espansiva con tutti e inoltre era anche intelligente, per questo era adulata dai maschi e invidiata dalle femmine dello studio, nonostante tutte quante la volessero come amica.
I suoi colleghi con lei ci avrebbero voluto provare e praticamente tutti avevano pensato di farlo, però ancora nessuno di loro lo aveva mai fatto.

Era una bella giornata malgrado fosse molto fredda, Paul era già seduto alla sua scrivania, era arrivato presto e quando arrivò Ada lo trovò che stava leggendo il giornale.
«Buon giorno Paul, oggi non dai udienza?»
«Oh, scusa Ada, non ti ho sentita entrare! Buongiorno a te!»
«Cosa c’è di interessante?»
«Nei quotidiani ci sono solo le cose brutte, quelle piacevoli non fanno notizia!»
«Già, meglio non pensarci, altrimenti ci deprimiamo!»
«Forse è per questo che io sono sempre depresso, sarà perché leggo i giornali!»
«Allora è meglio parlare di vacanze, di divertimenti e, di cibo! Se non fosse per la dieta, mangerei sempre!» Affermò onestamente Ada. L’uomo senza pensare accennò una frase che se avesse pensato non avrebbe mai detto:
«Allora se ti piace mangiare, che dici… posso invitarti a cena?»
«Vengo volentieri, ma non questa sera, ho promesso a un mio amico di andare fuori con lui, sai, per un compleanno! Sarà una barba!» Paul non poteva credere che fosse successo, Ada aveva detto che sarebbe uscita con lui. Quella stupenda femmina aveva accettato il suo invito come fosse la cosa più naturale possibile.
Un fremito percorse il corpo dell’uomo e i caratteri del quotidiano divennero immediatamente illeggibili.
L’uomo sapeva che non poteva essere così semplice: “Al momento mi ha detto di Si perché è stata presa alla sprovvista, ma poi troverà una scusa, oppure mi farà semplicemente il bidone!” Il pensiero non gli dava speranze, però la risposta affermativa era un bel sogno e riscaldò l’anima di Paul per tutto il giorno.
Per Paul il giorno dopo fu caratterizzato da un pensiero costante, il Si di Ada e vedersela davanti era una favola impossibile, poi arrivò l’orario d’uscita dall’ufficio, Paul non aveva detto più niente alla donna perché non voleva che lei pensasse che dava una importanza eccessiva a quella cena, quindi al termine del lavoro, si alzò e si diresse all’ingresso. Erano tutti vicino all’orologio per timbrare il solito cartellino prima di andarsene, Ada si rivolse a Paul nel modo più naturale:
«Non ti sarai mica dimenticato la cena! Ieri mi avevi promesso che questa sera saremmo usciti assieme, ricordi?»
«Si, si ricordo!»
«Non avrai mica cambiato idea, perché io ho tanta fame e poi non mi interessa che tipo di cena, mi va bene anche… una pizza se preferisci!»
«Si! Quello che vuoi, ci penseremo dopo!» Gli altri dell’ufficio quasi svennero in massa. Gli sguardi lividi dei maschi e quelli mossi da rivalità delle femmine si incrociarono. Quelle frasi, sarebbero state occasione di pettegolezzi per chissà quanto tempo. I colleghi uscirono e tutti tenevano d’occhio Ada e Paul, nessuno si attentava ad andarsene velocemente per non perdersi qualche interessante sviluppo, poi Ada si avvicinò a Paul e sussurrò:
«Sai, devo farlo per far morire d’invidia i nostri colleghi, non stanno aspettando altro e a me piace farli indispettire!» Lui non capiva, poi la giovane donna gli posò le mani sulle spalle, si alzò in punta di piedi e gli diede un tenerissimo e prolungato bacio sulla guancia. I colleghi si girarono a disagio e finalmente se ne andarono perché avevano capito di essere stati presi nel mezzo. Ada si stava veramente divertendo.
«Scusa sai, però è troppo bello, turbare o irritare gli stupidi e i curiosi. E’ troppo divertente!» Il cervello di Paul sapeva che non poteva essere vero quello che gli stava capitando, sarebbe stato ben oltre ogni sua aspettativa. Comunque per un giorno aveva vissuto come l’uomo più fortunato del mondo, aveva ricevuto il Si da Ada e dopo quel momento, sarebbe tornato volentieri nel suo solito personaggio. Si sentiva anche felice e per quel momento inaspettato la ringraziò:
«E’ stato divertente. Allora ci vediamo domani in ufficio, ciao Ada!»
«Come in ufficio! E… la nostra cena?»
«Mah, io, credevo!»
«Ho preso in giro loro, non te! Però se hai cambiato idea!»
«Neanche per sogno, conosco un posto molto carino, spero che tu non ci sia mai stata, così per te sarà una novità!»
«Io sono stata in tanti posti, però, sentiamo!»
«Questo è molto bello, è a Cesena, nel loggiato che porta alla Piazza della Fontana, c’è una stradina e in fondo c’è un piccolo ristorante che si chiama La Grotta! E’ il classico posto per le coppiette… oh scusa, non vorrei che tu pensassi!» L’enfasi e l’entusiasmo che ci aveva messo erano un po’ sopra le righe e Ada, che era una donna intelligente, aveva capito che lui per farle piacere avrebbe sollevato il mondo se avesse potuto, quindi sorrideva e lo guardava divertita. Lui si rese conto e aggiunse:
«Banale eh! E poi lo conosci già. Chissà quante volte ci sei stata! Scusa è meglio lasciare perdere questa cena, non voglio rendermi ridicolo più di quanto non lo sia già fino ad ora. Scusami!» Il pessimismo di Paul era entrato vigorosamente nel suo cervello e lo stava già facendo mentalmente allontanare da Ada. I due erano ancora fermi davanti all’ufficio e non c’era più nessuno, Ada lo guardò allontanarsi lentamente e le si spense il sorriso, ma lei era una donna che sapeva quello che voleva e non aveva, né incertezze, né fragilità.
«Tutto qui?» Disse la donna parlando forte ma senza muoversi da quel punto e circondata da tutta la sua sicurezza. Lui si girò senza capire.
«Quindi mi lasci qui! Da sola! Mi molli in mezzo alla strada senza neppure sapere se mi piace l’idea di quel ristorante!» Lui tornò indietro sempre più stupito, ma lei non aveva ancora terminato.
«Ma quanta poca considerazione hai di te stesso! Eppure quando mi raccontavi dove saremmo andati, mi facevi ridere per il tuo modo che era SI, un po’ ingenuo, ma molto, molto, molto attraente!»
«Dici davvero?» Accennò l’uomo.
«Certo!»
«E vorresti uscire davvero con me!»
«Non sono io che voglio uscire con te, ricordi? Tu sei stato il primo, tu mi hai domandato di uscire!»
«Scusa, volevo dire…»
«Certo che voglio uscire con te! Altrimenti cosa cavolo ci faccio qua in mezzo alla strada quasi a supplicarti!»
«Perdonami io…» L’uomo non sapeva più come cavarsela da quella specie di rimprovero che lo aveva riportato con la mente all’infanzia. Sapeva di dover prendere una decisione in fretta, oppure quella stupenda donna se ne sarebbe andata davvero e per sempre.
Paul si avvicinò, prese Ada fra le braccia e la strinse a sé con forza, aveva messo anche un po’ di arroganza, ma senza volere, nonostante non fosse il tipo che usava l’irruenza, quella volta lo fece e lo fece inconsciamente. La baciò con impeto a lungo e intensamente, per non darle il tempo di reagire.
«Accidenti Paul! Va bene passare da un estremo all’altro, ma questo è… però mi è piaciuto! Potresti rifarlo con meno aggressività?»
«Scusami, con te non faccio altro che scusarmi!» Il secondo bacio, fu sempre intenso ma la dolcezza uscì allo scoperto in maniera sorprendente e la bellissima Ada ne rimase stupita come neppure avrebbe immaginato.
«Grazie, grazie Paul, sei incredibile, sei incredibile, mi piacciono i tuoi baci, però credo che sarebbe meglio andare via, altrimenti facciamo l’ora di rientrare in ufficio qui davanti!» Risero, poi si salutarono e si rividero un paio d’ore più tardi per andare assieme al ristorante.
«Io non ci sono mai venuta qui, avevi ragione, è molto carino! E… si, è decisamente per coppiette, ma noi!» Sussurrò Ada.
«Lo so, noi non siamo una coppietta, voglio scusarmi per prima, non volevo baciarti in quel modo!»
«Non dimenticarti che la seconda volta sono stata io a domandartelo!»
«Ok, ci divideremo la colpa!»
«Nessuna colpa, c’era solo un po’ di tensione perché era tutto imprevisto, però è stato anche molto tenero e spontaneo, soprattutto la seconda volta!»
«Ok, ok Ada, però tu hai un… come dire…»
«Si ho un uomo!»
«E allora? Cosa ci facciamo noi qui?»
«Beh, per ora mangiamo!»
«Già, due colleghi che cenano!»
«Due amici che cenano!» Paul sorrise, poi gli si scatenò la curiosità, voleva sapere di più di quella donna sublime con cui stava cenando, voleva capire perché dopo due anni che lavoravano assieme senza mai avere dialoghi al di fuori di quelli di una normale cortesia fra colleghi, tutto era accaduto, voleva capire perché era successo senza mai neppure un atteggiamento più profondo o più interessato, voleva sapere perché con Ada tutto era precipitato fino a baciarsi con irruenza e calore in mezzo alla strada.
«Con quel tuo uomo, ci stai ancora oppure…»
«Ho fatto l’amore con lui ieri sera per l’ultima volta!» Paul era disorientato per la semplicità con cui fra un boccone di ottimo filetto al pepe e l’altro, lei parlasse di sesso.
«Ma tu lo amavi? Lo ami!»
«Lo scopavo quando mi andava e basta, all’inizio però, prima di andarci insieme mi piaceva, ma ancora non lo conoscevo bene!» Paul incominciava a sentirsi a disagio e reagì:
«Ma insomma Ada, io non sono capace di parlare come fai tu! Inoltre ti dirò che questo modo mi da abbastanza fastidio!» Lei lo guardò e sorrise, poi smise di mangiare, fece un grosso sospirò che le diede molta soddisfazione e disse:
«Paul, adesso io non mangio più, ma ti prego, tu continua, però ascoltami perché voglio spiegarti!» L’uomo era sempre più sconcertato.
«Certo, ti ascolterò con molto interesse!» Ada iniziò:
«Sapevo di non sbagliarmi con te e ti stavo provocando per vedere quando avresti reagito. E’ vero che ho fatto sesso ieri sera con lui, è anche vero che è stata l’ultima volta, ma io lo sapevo da tempo che sarebbe finita. A dare il colpo di grazia alla mia storia, sei stato tu!» Paul assunse l’atteggiamento dispiaciuto ma non disse niente.
«Sai Paul, era un bel po’ che aspettavo questo invito, era un bel po’ che ero pronta per accettarlo, ma tu non ti decidevi mai?» Paul assunse l’atteggiamento da imbecille per non essersi fatto avanti prima e ancora una volta non disse niente.
«Quando mi hai chiesto se venivo a cena con te, ho accettato subito, ma prima dovevo terminare la mia storia con il mio ex. Questo non vuol dire che ne voglia iniziare una con te, vuole semplicemente dire che sono una donna libera!» A Paul batteva il cuore e non riusciva più ad ingurgitare niente.
«Sai Paul io sono consapevole di essere una donna piacente, a quanto pare, per tutti sarei una gran bella donna, però anche tu sei un bell’uomo, anzi, un gran bell’uomo, anche se hai poca considerazione per te stesso!» Lui si stava sentendo un verme, però l’ascoltava come se parlasse una divinità.
«Voglio che tu mi conosca meglio e non sto parlando di conoscenza biblica, vorrei da te un po’ di comprensione come persona e come donna vorrei darti la mia disponibilità per vedere se fra di noi può esserci un buon affiatamento come c’è quando lavoriamo assieme. Sai Paul tutti mi guardano e vedono la mia bellezza e questo senza dubbio mi gratifica, però nello stesso tempo mi dispiace perché nessuno mi considera o mi osserva come io vorrei essere vista. L’unico che mi ha considerato innumerevoli volte come persona, sei stato tu! E’ chiaro che sei attratto da me anche come femmina, forse perché mi vedi bella, ma questo è meraviglioso solo perché il tuo sguardo non si ferma lì, io me ne sono accorta da tempo ed è quello, che mi ha affascinato di te!» Lui rimase senza fiato.
«Tu mi hai sempre guardato in entrambi i modi: ti piacevo, ma poi mi chiedevi un parere su di una pratica o su un cliente. Ti piacevo, ma nello stesso tempo ascoltavi i mie consigli, i miei pareri, ma non solo per farmi piacere, perché ho notato che li hai accettati diverse volte e, questa è di gran lunga la più grande delle mie soddisfazioni. Ho imparato ad ammirarti, ho incominciato a sentire verso di te una stima che lentamente si è trasformata in interesse!» Paul si sentiva venire meno.
«Paul, non voglio che pensi male o che fraintendi le mie parole, quando ti ho detto che col mio ex facevo sesso perché mi andava e basta, era una stupida provocazione, la cosa per me non è mai stata così semplice, in effetti non avrai sentito grandi chiacchiere su di me, perché… io…» La giovane donna cercava di continuare, ma trovava la cosa difficoltosa, incominciava a sentire scomoda la sua intenzionale spregiudicatezza di parola.
«Sai Paul, io ho ventinove anni ed escludendo i primi bacetti da bambina, nella mia vita ho avuto solo due uomini. Sono stata sette anni col primo e sei col secondo, in entrambi i casi ho accettato la relazione, dirò che l’ho accettata, per non dire che l’ho subita. Poi ieri sera ho preso una decisione su me stessa, voglio essere anch’io a decidere la mia vita e non solo accettare quello che mi viene prospettato, infatti, dopo la tua proposta per la cena, se ricordi, te ne stavi per andare e io ho deciso! Ti ho stimolato a non lasciare perdere, questo perché tu mi attrai prepotentemente e non  mi vergogno a dirlo!» A quel punto Paul reagì nuovamente:
«Fermati! Per favore fermati, lasciami respirare un attimo… un attimo solo cazzo!» Questa volta fu Ada a domandare scusa.
«Perdonami, sono stata troppo aggressiva e spudorata e anche un po’ arrogante!»
«Ok, adesso però taci!» Ada guardava l’uomo coi suoi grandi occhi azzurri, l’uomo non reggeva quello sguardo intenso e ansioso. Paul scuoteva la testa senza sapere cosa fare e tanto meno cosa dire. I due restarono ancora un po’ nel ristorante e finalmente Paul, nonostante la cena non fosse terminata, diede un ordine:
«Andiamocene!» Ada accennò solo:
«Si… si!» Uscirono e si diressero all’auto dell’uomo, salirono e finalmente Paul, nell’intimità dell’abitacolo che sentiva suo, poté parlare:
«Ti avevo davanti alla mia scrivania, ti guardavo sempre, ero pazzamente attratto dalla tua figura. Ti vedevo in ogni luogo, ti sentivo in ogni risata, in ogni parola e ho incominciato a conoscere ogni suo vezzo, ogni tua moina. Ho pensato mille volte in una nostra intesa, in una tua promessa d’amore, ma sapevo che non mi avresti mai detto di si, quindi per me, tu saresti per sempre rimasta una fantasia irraggiungibile, un miraggio impenetrabile, l’aspirazione, l’illusione, il desiderio. Poi, non so neppure perché mi sono deciso ad espormi e ti ho domandato di uscire. Per mantenere quello che mi aspettavo, avresti dovuto dirmi di no cazzo! Adesso? Cosa faccio, mi piaci e sarei pazzo di te per tutta la vita, ma se mi espongo ancora di più e mi dici nuovamente di si e poi mi lasci? Dopo di te, io che faccio! Che faccio?»
«Non lo so! Non so più niente!»
«Ma scusa, questa è tutta una follia, siamo usciti a cena che non ci conoscevamo neppure e ora siamo qua a imbastire una specie di rapporto sentimentale… questo non ha senso, non ha proprio senso!» Ada si avvicinò e gli sfiorò il viso con una carezza che entrò direttamente in circolo, prendendo possesso di tutte le più intime sensazioni di Paul.
«Basta, basta, adesso ti porto a casa e domani ci vediamo in ufficio facendo finta che tutto questo non sia successo!»
«No! Non hai ancora capito che mi piaci moltissimo?»
«Non lo voglio sapere, anche perché questo è un sogno e io vivo nella realtà!»
«No! Non lo accetto, se mi vuoi portare a casa, devi dirmi che io non ti piaccio, altrimenti non accetto di essere portata a casa e scaricata come una valigia, voglio restare ancora con te!» L’uomo girò in una stradina secondaria senza dire neppure una parola. Aveva preso una decisione.
«Dove andiamo?»
«Ho una seconda casa, è in collina a mezzora di strada, un bel posto, vedrai è una casetta molto curata e io ci vado quando voglio restare un po’ solo, per pensare. Penseremo assieme!» Lei sorrise.
«Vedi? Mi piace tutto di te, questa cosa di pensare assieme è fantastica, mi piace tutto di te! La tua casetta andrà benissimo!» Disse lei posando la piccola mano su quella dell’uomo.
«Eccoci arrivati!»
«Mah è bellissima!»
«Entriamo, qui in collina fa freddo!»
«Che bella, anche dentro è fantastica, ma la curi tu? Oppure ci porti le tue amiche e sono loro a tenerla così in ordine!» Insinuò Ada.
«Non è mai venuta nessuna donna qui dentro!»
«Scusami, sono una stupida!»
«Non c’è problema, ora accendo la stufetta per riscaldarci.»
«Funziona lo stereo?»
«Certo!»
La musica era deliziosa, l’atmosfera di una gradevolezza unica, l’insieme non poteva essere migliore per stimolare i due che sapevano di volere la stessa cosa. Fecero l’amore, un amore dolce, sensibile, quel tipo d’amore che viene spontaneo solo quando ci si ama davvero.
Nonostante entrambi avessero deciso quel rapporto solo poche ore prima, l’affiatamento sembrava millenario. Erano distesi nel grande letto uno fra le braccia dell’altra e stavano bene.
«Come sto bene qui, è stato bellissimo!» Sussurrò Ada con il suo ultimo respiro. L’uomo diede un’occhiata alla sua donna e poi un’altra occhiata alla perfida stufa. Quando la vide morire capì che sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe visto. “Lei, mi ha detto si!” Pensò con l’ultimo barlume di coscienza, poi, senza riuscire a muoversi sussurrò:
«E’ stato bellissimo anche… una volta sola!»


 


Ossessione Costruttiva

L’autunno appena trascorso donava un pomeriggio ancora tiepido, Roberta e Lorenzo sorseggiavano un aperitivo nella piazza del paese, ma solo lui poteva godere dell’occasione guardando affascinato la sua compagna, non avrebbe mai capito i pensieri della giovane donna che erano di tutt’altro genere.
«Amore, ti piace?»
«Uffa che fastidio, mi da il voltastomaco!» Schernì la donna rientrando con la mente nella realtà e simulando con efficacia un espressione sofferente. L’uomo non percepì la malignità sottile che non era certamente diretta al drink.
«Mah, mi sembrava buono!»
«Già tu pensi solo a te stesso.»
«Mah cara…»
«O pensi a te stesso o a qualcosa d’inutile, non hai mai un’idea costruttiva, ad esempio se avessimo più soldi ce la passeremmo meglio, giusto? A questo ci hai mai pensato?»
«Certo che ci penso, ma i soldi per te sono un’ossessione, a me invece basta che stiamo assieme.»
«La mia sarà ossessione, ma almeno è costruttiva, tu invece, mi fai incazzare a morte, ti dirò di più, il tuo è solo disinteresse, pensi a te stesso e a me non pensi mai. Credi che sia felice in questo modo? Non ti sfiora l’idea che io possa desiderare qualcosa in più?» La giovane donna guardò l’uomo dall’atteggiamento avvilito e scosse la testa, poi trascurando i sentimenti di lui e fingendo un tono piagnucoloso, ripeté la frase di Lorenzo con voce antipatica e cantilenando in modo orribilmente sgradevole:
«A meee… bastaaa… che stiamoooo… assiemeeee…»
«Mah tesoro, guarda che io penso solo a te!»
«Vedi la differenza? Io invece penso a noi e per noi sarei disposta a tutto!»
«Anch’io amore, anch’io per noi sono disposto a tutto.»
«Ok, ti credo, però voglio una prova.» Disse in modo infantile.
«Tesoro, tutto quello che vuoi, chiedi, eseguirò.» Nella frase l’uomo cercò un’aria scherzosa e seria nello stesso tempo, ma la donna sembrava risoluta.
«Va bene, voglio crederti, quindi, ti metto subito alla prova. Vedi quel tipo là, proprio giù in fondo?»
«Si…»
«Una volta mi ha molestato pesantemente, ho giurato di fargliela pagare, se mi ami, come minimo dovrai ammazzarlo!» Il tono di lei era serio e deciso, il viso dell’uomo sbiancò.
«Ma dai, stavo solo scherzando, so benissimo che non lo faresti.»
«Beh, per un attimo ti ho creduto e ti giuro che stavo già riflettendo a come farlo, solo al pensiero che qualcuno ti possa molestare, mi va subito il sangue alla testa.»
«Questo era solo un gioco, però… però…»
«Cosa c’è?»
«Ho pensato ad una cosa più seria, ma forse… non posso dirtela.»
«Guarda che non ci devono essere segreti fra di noi, ricordi?»
«Ok, però è solo una fantasia, solo un desiderio e basta.»
«Non puoi saperlo veramente, qualche volta anche i desideri diventano realtà!»
«Va beh, te lo dico, tanto so che poi mi prenderai in giro… avevo pensato che potremmo fare una rapina e poi goderci tanti soldi!»
«E’ un altro scherzo?»
«Uffa… questa volta no!»
«Mah…» L’uomo era esterrefatto, però il cervello stava già cercando di adeguarsi a quella nuova e insulsa voglia della sua donna.
«Va beh, se proprio vuoi, forse potremmo…»
«Figurati… lascia perdere va, hai una faccia! Con lo spirito che ti ritrovi forse potremo andare dietro un funerale, non certo fare una rapina!»
«E chi ti dice che non ne sarei capace?»
«Ma no dai… ho cambiato idea, non se ne fa niente.»
«Invece adesso sono io che insisto, quindi studiamo un piano, anzi, se veramente ci avevi pensato di certo avrai un’idea.»
«Beh si, ma è meglio lasciare perdere, non vorrei avessimo dei problemi.»
«No! Adesso ho deciso. Faremo un colpo solo e ci godremo i quattrini e poi vedrai che saremo anche più uniti di così!» Affermò energico l’uomo per dimostrare la sua assoluta determinazione.
«Se insisti, non potrò che accettare, però io adesso sono contraria, ma siccome il maschio tu sei e sei tu che decidi!» Sussurrò la giovane donna con una vocina dolce e sottomessa, insinuando anche una strisciante bava di falsa sincerità. L’uomo a quel punto si sentì davvero il maschio dominante, finalmente la sua donna si era piegata alla sua ferrea volontà

Due figure attendevano nella penombra dell’auto, la tensione era inusitata, l’uomo cercava di mascherarla senza riuscirci, lei accennò:
«Ho paura.»
«Mah cara, abbiamo studiato tutto nei minimi particolari, quindi, non devi averla, ci sono qua io.»
«Si, però io ho paura lo stesso!» Il coraggio di Roberta era infinitamente più grande di quello dell’uomo, ma in quel momento lei si divertiva moltissimo a recitare la parte della femminuccia indifesa e Lorenzo finalmente, poteva fare quella dell’uomo duro. Quella recita però non aggiustava il loro rapporto da sempre stentato.
«Non ti preoccupare, penso a tutto io, se vuoi puoi anche aspettarmi in macchina, credo di farcela anche da solo!»
«No, non ti lascerei mai neppure se avessi paura cento volte di più, ti amo troppo!» La frase sussurrata dalla donna fece crescere la stima di se stesso al balordo in maniera abnorme, si sentì impareggiabile, astuto, irresistibile, si sentì padrone del mondo. Lorenzo afferrò la donna e la baciò con irruenza, lei sempre più sottomessa si lasciò cullare da quelle nuove emozioni e si compiacque di come stava conducendo tutta l’azione, esattamente come la voleva. Finalmente quella relazione noiosa produceva adrenalina e fra poco, di certo anche un bel po’ di soldi.
«Grazie caro, adesso sto meglio, sono sicura che fra un’ora, quando sarà tutto finito, saremo anche più felici e io ti amerò anche di più!»
«Certo, però adesso concentriamoci.»
«Pochi minuti prima della chiusura, questo è il momento giusto, preparati, usciamo!» L’uomo era deciso e guidava l’azione preparata in precedenza dalla donna, come fosse tutta farina del suo sacco. Uscirono dall’auto, lei era vestita in modo maschile per trarre in inganno eventuali sguardi non desiderati. Quando si presentò davanti al portone col vetro blindato, il viso della donna coperto da un cappellino colorato, sembrava quello di un ragazzo dai lineamenti gentili e convinse l’orafo ad aprire, anche perché quel viso, aveva l’innocenza dipinta.
Il complice sbucò fuori quando la porta di sicurezza dell’oreficeria era già spalancata e lo spintone sul malcapitato fu violento. L’arma nel pugno del balordo convinse l’orafo ad aprire il pesante armadio corazzato. Roberta si sentì investita dalla gravità dell’atto e la precedente decisione sfumò in angoscia. Non si aspettava che la paura vera fosse così penetrante, le gambe tremavano e lo sguardo era imbambolato. L’espressione della donna era vuota e l’orafo vide l’opportunità di sventare la rapina e cedendo all’istinto si lanciò su di lei.
«Aiuto, aiuto! Lorenzo aiutami… aiuto…!» Il balordo vide la sua donna in pericolo, lasciò cadere l’arma che non avrebbe mai usato e si scagliò sull’orafo con una furia incontrollata e un grido strozzato che sentiva solo Roberta mentre cercava il suo aiuto. La donna fu subito libera ma la paura la spinse con cieco furore a incitare la forsennata colluttazione fra i due uomini.
«Uccidilo, uccidilo… uccidilo!»
«Ti ammazzo, ti massacro!» La voce di lei fece breccia nell’istinto del maschio che dimostrò tutta la sua primordiale virilità. Il balordo squassava furiosamente l’orefice ed ebbe subito la meglio, ma il cervello ormai in fiamme non gli permise di fermarsi. Le mani erano artigli stretti alla gola del tipo che aveva osato assalire la sua donna, non avrebbe allentato per niente al mondo e non si rese conto che lo stava strangolando. Roberta tornò in sé e cercò di avvisarlo:
«Mollalo… lo stai ammazzando! Mollalo… mollalo!» Lui tenne serrata la gola a lungo soffiando il suo alito infuocato sulla faccia dell’orefice ormai cadavere e non si fermò. Strinse più forte la gola piantando con spasmo le dita forti nella pelle del collo che lentamente si lacerò, un sottile rivolo di sangue intrise le mani dell’uomo che tenne stretto quel corpo finché il suo cervello offuscato non tornò alla realtà.
«Lascialo, lascialo, ormai è morto, prendiamo tutto e filiamo!» Roberta, prima s’impossessò della sua forza vitale divenendo di ghiaccio, poi prelevò con rapidità quello che c’era di valore dentro e fuori la cassaforte e guidò Lorenzo all’auto. L’uomo non faceva che guardarsi le mani insanguinate senza capire cosa stesse veramente succedendo. Uscirono e in pochi secondi scomparvero, solo in auto l’uomo rinsavì ed ebbe coscienza di quello che era accaduto veramente.

«Devi nascondere soldi e gioielli.»
«Si caro, penso a tutto io.»
«In questo stato c’è la pena di morte.» Disse lui in modo semplice, cercando senza successo di non pensare all’accaduto e con la psiche in pessime condizioni.
«Non preoccuparti, non ti prenderanno!» Lei aveva già addossato mentalmente, tutta la colpa all’uomo.
«Si, però è meglio se ce ne andiamo subito, vado a casa mia e preparo le valige, tu fai lo stesso e poi aspettami, ti passo a prendere.»
«Si caro.» Nello squallido appartamento l’assassino pensò che un minuto di riposo non avrebbe cambiato nulla, era spossato, si allungò sul divano logoro, quando si svegliò il telefono squillava.
«Dove ti sei messo, è un’ora che ti aspetto!»
«Arrivo subito!» Nel silenzio di pensieri informi, l’uomo cacciò in valigia gli oggetti personali e aprì la porta per tornare dalla donna.
«Lorenzo Bennet?» La domanda lo prese alla sprovvista
«Come?»
«Lei è Lorenzo Bennet?» L’uomo era frastornato e la sua mente iniziava a farsi domande senza risposta, poi arrivò il consenso dal cervello per una bugia insulsa.
«No, non sono io!» Il poliziotto in divisa, seguito dagli altri due che stavano dietro, posò la mano sull’arma. Bennet capì che non c’era più niente da fare, prima barcollò e poi la lucidità arrivò come d’incanto. Mollò un sospiro liberatorio e con voce debole domandò:
«Come avete fatto a trovarmi così in fretta!» Al poliziotto venne spontaneo rispondere.
«Durante la colluttazione dentro all’oreficeria hai perso il portafogli coi documenti, i soldi e le carte di credito. E chissà quante altre prove salteranno fuori dall’intervento della scientifica sulle impronte dell’arma che abbiamo trovato, ma il bello è che tutta la colluttazione è stata registrata dall’alto, dove c’era una telecamera sempre in funzione… e tu, signor Lorenzo Bennet, sarai di certo molto fotogenico!» L’ironia fu la mazzata finale, l’uomo capì che era finita e si sentì svuotare di tutte le energie, si lasciò condurre in centrale senza opporre resistenza e fu interrogato la notte stessa, ma il suo pensiero era tutto per la sua donna.

«Sono stato io!»
«E l’altro, quello col cappellino, chi era?»
«Ero solo!»
«Nelle immagini si vede un altro uomo!»
«Non lo conosco, l’ho incontrato per caso, non so chi sia, si chiama Mark ma non saprei dove cercarlo.»
«Questo è il suo avvocato, ne avrà bisogno.»
«Mi racconti tutto senza scordare nulla.»
«Ero in un bar ho conosciuto un tipo…»
«Ok, mi parli dell’altro.»
«C’è poco da dire, non lo conoscevo.»
«Sarò molto franco con lei, per evitare il braccio della morte proveremo con la momentanea infermità mentale, però sarebbe il caso di restituire soldi e preziosi.» L’uomo era distrutto, non capiva bene neppure le affermazioni del suo avvocato, però nei giorni successivi incominciò a prendere coscienza, ma ci vollero mesi prima di smettere di vivere in una specie di Limbo e rendersi davvero conto di quello che aveva fatto.

«Però Roberta potevi farti vedere anche prima!»
«Ma caro anch’io ho i miei problemi.»
«Adesso non ha più importanza, ora sei qui e i sei mesi passati non esistono più. Meno male che adesso ci sei tu, resisto solo per questo.»
«Verrò più spesso se vuoi.»
«Si, ti prego, senza te non saprei come fare, ma ora parliamo un po’.»
«Si.»
«Sai amore, in appello è venuta fuori un’orribile novità, l’avvocato ha detto che dobbiamo rendere tutto, la temporanea infermità mentale funziona se è temporanea e quindi ora dovrei essere rinsavito, perciò devo restituire tutto, altrimenti per me è finita!»
«E… e, non c’è alternativa?»
«L’avvocato ha detto di no e anche così sarà dura.»
«Mi dispiace, speravo di tirarti fuori senza dare in dietro i soldi e i gioielli, così poi avremmo potuto goderceli assieme.»
«Ma tesoro, mi sono beccato la condanna a morte!»
«Scusami, sono una stupida, farò come dici, mi accorderò con l’avvocato.»
«Va bene amore, ricordati che ti penso sempre!»
«Anch’io… tornerò la prossima settimana.»
«Ciao, ti amo.»
«Resisti, ce la faremo!» Sussurrò la donna affranta, ma quando uscì dal carcere, sbuffava ed era decisa a non tornare prima di almeno un mese.

«Speravo venissi un po’ prima, volevo dirti che nella restituzione mancano quasi la metà dei soldi e dei gioielli!»
«Ma come, io ho consegnato tutto!»
«L’avvocato è stato contattato dal magistrato, hanno verificato che rispetto alla distinta dell’assicurazione, ne manca quasi la metà.»
«Io gli ho dato ogni cosa, ho fatto arrivare tutto come d’accordo tramite un pacco anonimo consegnato a mano. Ah, ecco… adesso ho capito… chi ha fatto l’elenco della refurtiva di certo l’ha raddoppiata per guadagnare sull’assicurazione!»
«Porca puttana e maledetta troia! Hai ragione, come sempre. Adesso mi dispiace di averti fatto restituire il bottino, tanto per me non c’è più speranza!»
«Non dire così!» Il pianto della donna era scaturito dal nulla e la recita era da Oscar. Il braccio della morte lo attendeva e l’uomo sentiva la condanna sempre più vicina. Le vis
«Hai ragione tesoro, è meglio se non vieni più, tanto ormai… è uno strazio per te e anche per me. Amore mio, rifatti una vita, addio!» Il pianto di Roberta era una nuova performance di eccellente qualità e quando seppe da lui della condanna definitiva e del momento che avrebbe perso la vita, l’intensità della recitazione aumentò facendo di lei una grande attrice della vita reale.
«Morirò anch’io con te… Morirò anch’io!»

«Ora però calmati, ormai è stato giustiziato, non è mica colpa tua se l’hanno beccato!»
«Dici bene tu, ma lo sconquasso emotivo che ho avuto è stato troppo profondo.»
«Sei dolcissima tesoro mio, però ora che non dovrai andarlo più a trovare, vedrai che tutto andrà per il meglio, sai Roberta, mi sono accorto che al ritorno da quelle visite eri sempre più depressa, ti ho sempre capito, ma non potevo fare nulla.»
«Caro, la tua sensibilità è grande e queste parole mi fanno un piacere incredibile, è per questo che ti amo e ti amerò sempre.»
«Amavi anche lui?»
«Beh, non posso negare che gli ho voluto molto bene, in fondo per un periodo breve siamo stati vicini, ma ti assicuro che l’intensità del mio amore per te non è raggiungibile, ora finalmente potrò stare con te senza la paura che lui lo sappia, non mi sarei mai perdonata se avesse ricevuto da me un nuovo tormento oltre a quello che gli derivava dalla consapevolezza di essere nel braccio della morte!» La falsa sensibilità che emanava era incredibile.
«Sono stati anni terribili, voglio dimenticare, voglio farti felice, voglio vivere per te!» Le parole della donna, al nuovo compagno non erano seguite dai pensieri. Per Roberta era stata dura visitare Lorenzo in carcere, ma era stata costretta a farlo per tenerlo buono, l’unica sua paura, era quella di essere denunciata da lui come complice. Però il suo pensiero andava oltre, in quell’attimo l’assillo provato era un’altro.

«Sali amore andiamo a casa.» La fiammante Z3 si aprì per loro, salirono e si allontanarono lentamente.
«Sai che con Lorenzo avevo dei risparmi, ma il denaro e gli altri beni sono ormai terminati.» La donna elegantissima al volante della BMW coupè, accarezzava la mano dell’uomo seduto al suo fianco, ma pensava: “Dovrò convincerlo a fare una rapina.” Quel pensiero fu subito seguito da un ragionamento. L’espressione era di una sublime purezza e le parole avevano in sé la naturalezza e l’innocenza che solo i bambini possiedono, esclamò:
«Perché non facciamo un colpo, conosco una banca poco fuori città che sarebbe facilissima da ripulire!» La lussuosa roadster filava silenziosa sull’asfalto, l’uomo guardò esterrefatto il bel viso di lei.
«Sei matta? Guarda che fine ha fatto il tuo ex!»
«Hai ragione caro, ti amo così tanto proprio perché mi spieghi le cose sempre nel modo giusto. Però amore mio, per il calcolo delle probabilità non può andare sempre male e si deve imparare dagli errori commessi, comunque, hai ragione tu tesoro mio!» Sospirò dispiaciuta, poi dopo una breve pausa e usando una vocina di una purezza incommensurabile che solo lei possedeva, aggiunse:
«Hai sempre ragione amore mio, però potremmo scegliere uno stato dove non c’è la pena di morte!» Quell’idea stava già entrando nel dna dell’uomo, che per quella femmina meravigliosa avrebbe fatto qualsiasi cosa.