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La vera storia di Toti il totano
Introduzione
Toti è un giovane totano, (o calamaro se preferite) ha molti amici e vive su
di un fondale marino, dove lavora come collaboratore di un grosso e vecchio
crostaceo, il suo lavoro, è quello di intrattenere i piccoli pesci prima e dopo
le lezioni scolastiche, comunque, gli rimane ugualmente molto tempo libero e lo
dedica all'esplorazione delle profondità del mare.
Questa sua passione, è abbastanza pericolosa ma purtroppo non riesce a resistere
alla sua innata intraprendenza e alla sua spiccata curiosità, infatti è per
questo suo entusiasmo che alcune volte si mette nei guai, questa è proprio una
delle sue avventure...
1°
- Oggi siete più " birichini " del solito.- Disse Toti rivolto ai piccoli
pesci che gli stavano davanti.
- Se non vi comporterete bene, non vi racconterò le nuove storie che ho in serbo
per voi.- I pesciolini lo guardavano in silenzio, la sgridata aveva avuto un
notevole effetto, perché Toti era molto bravo a raccontare favole sempre nuove
ed i piccoli si divertivano moltissimo ad ascoltarlo, poi Toti raccontò la fiaba
del giorno che fu molto gradita, al termine li congedò con una
raccomandazione...
- Ora potete andare, ma non fate baccano altrimenti il " grande vecchio " vi
sentirà e sarà peggio per voi...- L'anziano e grosso crostaceo a capo della
scuola, era molto temuto da tutti gli allievi, ed era soprannominato " il grande
vecchio ", nessuno aveva mai osato chiedergli quanti anni avesse, si diceva che
fossero più di cento, era notevolmente scorbutico ma anche molto saggio e
rispettato da tutti.
Dopo l’appunto fatto agli scolari, Toti li salutò e si avviò lentamente verso
casa.
- Ciao...- Esclamò Toti salutando il suo compagno di vicissitudini. Gino un
giovane granchio molto forte e astuto, era intento a strofinarsi le chele e come
Toti era amante dell'avventura, ma rispose al saluto leggermente annoiato.
- Ciao Toti.- Disse distratto aggiungendo.
- Cosa facciamo domani... ti ricordo che è festa, quindi tu non vai a scuola, ed
io non vado a lavorare... potremmo andare ad esplorare quella caverna enorme che
ha l'ingresso dietro le alghe rosse... quella che abbiamo individuato durante
l’ultima escursione ma che non abbiamo fatto in tempo ad esplorare, perché ormai
era troppo tardi ed il sole non era più luminoso ed entrare dentro senza la luce
è troppo rischioso.-
- Si, direi che possiamo andare.- Accettò con entusiasmo Toti, poi aggiunse
puntualizzando.
- Però domattina partiremo molto presto... non come l'altra volta che tu hai
sonnecchiato quasi tutta la mattina e non siamo arrivati laggiù per tempo.-
- Si... si... dai pur sempre la colpa a me.- Replicò il granchio e pur sapendo
che Toti aveva ragione, volle aggiungere.
- Va beh... non voglio ribattere, ci vediamo domani mattina. Fatti trovare
pronto prima del sorgere del sole... e vedrai che io ci sarò… ciao...- Concluse.
- Ciao...- Rispose Toti senza aggiungere altro, l’esplorazione si stava
preannunciando molto interessante e questo era assai più importante di qualsiasi
polemica ci fosse fra i due amici.
Così come avevano deciso, i due amici si ritrovarono l'indomani mattina prima
del sorgere del sole.
La luce era ancora debole, ma la colorazione sfavillante sulle alghe,
preannunciava una bella mattinata, come del resto era stato il giorno
precedente.
L'acqua aveva un tepore molto piacevole e Toti per sgranchirsi, fece qualche
velocissimo volteggio facendo vedere all'amico granchio la sua grande abilità,
solo quando si ritrovò in un punto nettamente più alto notò che c'era un altro
ammiratore.
- Ciao Jimmy...- Salutò prontamente Toti subito dopo aver visto il cavalluccio
marino.
Il nuovo amico stava pigramente lasciando il suo nascondiglio notturno.
- C-c-c-ciao To-To-To-Toti, do-do-do-dove a-a-a-andate ?- Chiese balbettando il
cavalluccio marino che doveva ancora svegliarsi completamente, ma che già godeva
del tepore dell’acqua.
- Scom-m-m-m-metto che s-s-s-state a-a-a-andando a ca-ca-cac-c-ciarvi in qualche
gu-gu-guaio.- Disse balbettando sempre di più, conosceva bene la passione dei
due amici, ed era sicuro di non essere distante dalla verità.
- Macché guai.- Rimbeccò Gino che sbucando da dietro una roccia, poteva vedere
Jimmy dall'altra parte.
- Dici così perché anche tu vorresti partecipare alle nostre avventure, ma non
preoccuparti... se vuoi puoi v-v-v-v-v-venire.- Aggiunse fingendo di balbettare
per schernire il cavalluccio marino, del quale conosceva molto bene la grande
paura dell'ignoto, era proprio questa che non gli permetteva di allontanarsi dai
posti conosciuti che normalmente frequentava.
- N-n-n-n-n-n-n-no... gr-gr-gr-gr-grazie.- Balbettò furiosamente Jimmy perché il
granchio lo prendeva in giro, lui certamente non avrebbe voluto, poi
riprendendosi, continuò con un atteggiamento distaccato e superiore.
- M-m-m-m-m-magari la p-p-p-p-pros-s-s-s-s-sima volta...- Disse coraggiosamente.
- Ok.- Intervenne Toti tagliando corto il battibecco.
- La prossima volta, magari ti avvisiamo prima così potrai prepararti, ciao
Jimmy, noi andiamo...-
- C-c-c-c-ciao, s-s-s-s-state at-t-t-tenti.- Gridò sinceramente preoccupato per
loro il cavalluccio marino, che dopo la raccomandazione, si girò e lentamente
sparì avvolto da un manto di delicatissime alghe verdi.
- Non devi prenderlo in giro, è un amico che balbetta e ha paura, ma è sempre un
amico... quindi non farlo più.- Disse con decisione a Gino che lo ascoltò
silenziosamente e riprendendosi aggiunse come scusante.
- Ma stavo solo scherzando... non volevo prenderlo in giro con cattiveria...
però mi fa tanto ridere quando balbetta, prometto solennemente di non farglielo
più notare.- Disse sincero Gino.
- Ok. però adesso andiamo... e tu non stringermi troppo forte con le chele,
quando ti trasporto.- Toti è un totano molto forte e velocissimo e Gino un
granchio altrettanto forte ed astuto ma non così veloce come Toti e per
raggiungere il posto da esplorare che era molto distante dai fondali dove loro
abitavano, Toti faceva salire Gino sul “groppone”, tutte le chele, tenevano
saldamente il morbido e tondo corpo di Toti, così il granchio poteva sfruttare
la velocità del totano facendosi trasportare e certamente Toti si sentiva più
sicuro con un amico così forte che eventualmente lo avrebbe difeso con le sue
robustissime tenaglie.
Però anche Toti non è indifeso, se qualche nemico si avvicina, può spruzzargli
contro un inchiostro che macchia di nero tutta l'acqua circostante, dandogli
modo di fuggire, inoltre, ha dei potenti tentacoli con delle ventose in cima con
cui può attaccarsi su tutto ciò che vuole, ed un durissimo dente al centro dei
tentacoli col quale mordere l’eventuale aggressore. Il morso di un totano non è
per nulla piacevole, il dolore è fortissimo e chi lo ha provato... certamente
non vorrà più fare quella brutta esperienza.
Gino salì sulla
groppa di Toti ed i due si avviarono verso le profondità del mare avanzando
velocissimi, Toti era abituato alla rapidità ma Gino quasi non vedeva per l'alta
velocità, gli occhi molto sporgenti del granchio erano volutamente trattenuti
dentro la corazza, ed in quella occasione lui li teneva abbastanza rientrati per
ripararli dal flusso dell’acqua, poi intravedendo e riconoscendo le rocce del
fondo Gino il granchio esclamò...
- Ferma... ferma, siamo arrivati.-
- Come...! arrivati…?- Chiese il totano che era talmente concentrato nel nuoto
da non essersi accorto di essere molto vicino alla meta.
- Guarda... la in fondo c'è la foresta di corallo e la prateria di alghe rosse,
solo quando saremo li vicino si intravederà l'imboccatura della grotta, è meglio
andare più cauti d'ora in poi, gli eventuali pericoli possono iniziare da questo
punto.- Consigliò prudente Gino.
Toti rallentò, poi si fermò e scese delicatamente fino ad una roccia spoglia e
fece scendere Gino il quale si stiracchiò vistosamente le chele rattrappite per
lo sforzo di tenersi avvinghiato all'amico.
Dopo pochi attimi sia Toti che Gino erano pronti a proseguire.
Gino ebbe delle
difficoltà ad attraversare la foresta di corallo, con tutte le sue zampette non
riusciva a passare agevolmente nel mezzo delle ramificazioni che componevano la
grande foresta.
- Ehi... cosa ci fa un "buffo granchio" come te a queste profondità ?- Chiese un
pesciolino tutto colorato sbucando da dietro alcuni coralli e rivolgendosi a
Gino che sussultò.
- Se mi fai prendere ancora di queste paure, ti do io... altro che "buffo
granchio" e poi con che coraggio chiami "buffo" me, almeno lo sai come chiamano
te...?- Domandò il granchio girando la domanda al che non si aspettava quella
reazione, ed era subito schizzato via riparandosi per la paura dietro ad un
fitto groviglio di corallo rosso.
- No ! non so come mi chiamano gli altri… me lo dici…?- Ribatté parlando a
scatti ed assumendo un atteggiamento superiore il pesciolino.
- Bene... allora te lo dico io... i pesci come te... vengono chiamati
volgarmente "pesci pagliaccio"...- Espose con ironia aspettando una reazione che
non arrivò, il pesciolino trascurando la battuta, continuò semplicemente
chiedendo.
- E dove vai ?-
- Vorrai dire dove andiamo.- Replicò indicando Toti che era molto più in alto in
esplorazione e che stava velocemente tornando.
- Che strano, non si vedono molto spesso un granchio ed un totano che girano
assieme, comunque… dove andate ?- Chiese tranquillamente il piccolo “pesce
pagliaccio”.
- Stiamo andando a visitare la grotta che c'è dietro le alghe rosse
filamentose.-
- Cosa...? cosa..…! cosa..........- Gridò terrorizzato il pesciolino
nascondendosi sempre più dentro l’intricata foresta di corallo.
- Ehi... che c'è da gridare tanto.- Chiese meravigliato Gino spalleggiato da
Toti che era arrivato giusto in tempo per vedere il terrore del piccolo “pesce
pagliaccio”.
- Vi dico io cosa c'è da gridare.- Continuò il pesciolino venendo fuori
timidamente dal suo nascondiglio.
- Dentro alla grotta, ci vive Shark ed io non andrei la dentro neppure per tutto
l'oro del mondo.- Confidò deciso il pesciolino.
- Beh... che cosa centra adesso "tutto l'oro del mondo" ?- Chiese con aria
annoiata Gino.
- Allora non sapete proprio niente.- Aggiunse il pesce pagliaccio assumendo
l'atteggiamento da professore.
- Per fortuna che ci sono io e voi, siete ancora in tempo a fermarvi, quindi vi
informo molto brevemente.- Si mise comodo sopra ad un tenero ciuffo di alghe li
vicino ed incominciò il racconto.
- Dentro la grotta, "si dice" che ci sia un tesoro favoloso, fatto "non da tutto
l'oro del mondo" come ho detto prima, ma quasi… un tesoro indescrivibile, è
posato all'interno, un tesoro talmente grande che se ci si addentra nelle
profondità della caverna, "si dice" che non ci sia più bisogno della luce del
sole, perché lo sfavillio delle pietre preziose e dell'oro lucidato dalle maree
risplenda ed illumini tutta la cavità.- Il pesciolino si fermò un attimo, si
irrigidì e continuò.
- Però...- Attese ancora qualche secondo, per fare il racconto più interessante,
poi continuando più mestamente aggiunse.
- Però... non ci si può andare. Quella grande caverna, è la casa di "Shark lo
Sbranatore".- Affermò impaurito, poi riprendendosi nuovamente proseguì.
- E' lo squalo più brutale che esista su tutti i fondali del mondo. E' crudele,
è un assassino spietato, uccide anche solo per divertimento, figuriamoci se poi
qualche intruso osa violare la sua casa, mi si raddrizzano tutte le scaglie del
corpo al solo pensiero, io ho visto i suoi denti da vicino una sola volta, vi
assicuro che non li voglio vedere mai più, sono lunghi e acuminati ed in mezzo
fuoriescono pezzi di pesce che penzolano dalla bocca, perché qualche volta si
diverte a trascinare le sue vittime lungo il costone della montagna facendole
strisciare contro le rocce per poi mangiarle in un sol boccone, naturalmente
solo dopo aver finito di divertirsi. Quindi ora che sapete, se non volete fare
quella fine, state alla larga, altrimenti guai a voi.- Il racconto era
terminato, ed il piccolo "pesce pagliaccio" che si aspettava la fuga
terrorizzata dei due, restò deluso.
- Ok... adesso che sappiamo possiamo anche andare... Ciao piccolino.- Disse Gino
che si sentiva molto sicuro di sé, incamminandosi attraverso la foresta di
corallo che alla fine si fondeva con una prateria di alghe molto fitte.
- Ciao... e... auguri.- Rispose sconsolato il “pesce pagliaccio” visto il
risultato scadente del suo consiglio.
- Sei sicuro di voler continuare ?- Chiese Toti che era un po’ meno spericolato
di Gino.
- Beh... non vorrai mica farti intimorire dai racconti del "pagliaccetto"...-
Sostenne Gino riferendosi al pesciolino.
- A me non sembrava che raccontasse delle bugie, forse ci conviene rinunciare.-
Aggiunse.
- Ma no... sicuramente non sono bugie, certamente però quello che ci ha
raccontato, sarà una delle tante leggende del mare, comunque, l'altra volta
quando abbiamo dovuto abbandonare perché avanzava il buio non abbiamo visto
nessun terribile squalo...- Replicò tentennando le chele fingendo di tremare.
- Va bene.- Convenne Toti non troppo convinto.
- Ad ogni modo avanzeremo cautamente, ed al primo accenno di pericolo
rinunceremo.- Affermò deciso il totano.
- D'accordo, affare fatto.- Accettò scherzoso Gino.
Avanzarono in mezzo alle alte alghe mentre una nuvola di pesciolini argentei
stava passando molto in lontananza.
Continuarono circospetti fino all'enorme imboccatura della caverna, si
guardarono attorno... non c'era nessun movimento, naturalmente escludendo il
lento danzare delle rosse alghe filamentose che ondeggiavano seguendo la
“silenziosa musica del mare”.
Entrarono... Toti nuotava con veloci scatti verso l'interno e delle immediate
inversioni per vedere se scatenava delle reazioni da parte di un'eventuale
ospite della grotta, ma non c'era nessun movimento.
Gino ticchettando sulle rocce, strisciava da un anfratto all'altro mantenendosi
al riparo da eventuali pericoli ed anche lui non aveva la sensazione di alcun
movimento, Toti si avvicinò all'amico e chiese.
- Io non vedo nulla e tu ?-
- Non vedi nulla perché non c'è nulla da vedere...- Affermò tronfio il granchio.
- Dai... andiamo avanti, la cosa si fa interessante... guarda che bagliori da la
grotta, hai mai visto niente di simile ?- Chiese cambiando argomento.
- Certamente no!... la grotta è affascinante, il luccichio è dato da quelle
conchiglie morte rovesciate, la madreperla che riveste il loro interno riflette
i raggi del sole colorando questa caverna con una sorta di arcobaleno subacqueo
molto suggestivo, altro che oro e pietre preziose.- Disse riferendosi le parole
del piccolo “pesce pagliaccio”, poi aggiunse:
- Non capita a tutti di assistere a questa meraviglia, dovrebbero fare delle
gite organizzate per i pesciolini della mia scuola, tutti dovrebbero assistere
almeno una volta all'affascinante meraviglia dell'arcobaleno subacqueo.- Spiegò
Toti.
Stavano avanzando facendo commenti sull’incanto di quella grotta inesplorata,
sulle meravigliose stalattiti che scendevano dalla volta e quasi toccavano le
stalagmiti che salivano da un lato pianeggiante, quando di colpo “l'arcobaleno”
che avevano ammirato i due amici, scomparve.
Un'ombra scura aveva attraversato i raggi solari, cancellando la magia del
momento, la grande caverna aveva assunto i colori cupi della tristezza, Gino
alzò lo sguardo verso l'alto della caverna, l'imboccatura era quasi
completamente ostruita da una agghiacciante figura...
"Shark lo Sbranatore" era là...
2°
L’orrenda, brutale, terrificante figura, puntava lentamente verso il fondo,
con l’atroce sguardo stava divorando prima Gino e poi Toti, li fissava con le
nere orbite senza vita, tipiche degli squali.
Toti passò vicino a Gino il quale gli si avvinghiò attorno, ed alla massima
velocità che il totano poteva raggiungere sparirono verso la fine buia
dell’enorme caverna, sembrava che il fondo non arrivasse mai e mentre scendevano
velocissimi sentirono la mascella del mostro battere orrendamente, avevano la
sensazione di percepire il movimento dello squalo dietro di loro poi...
- Chi ha osato
sfidarmi... chi siete... questo affronto dovrà essere pagato con la vita...- La
voce rauca e profonda di Shark riempiva il vuoto silenzio della caverna, i due
amici nel frattempo avevano guadagnato il fondo, si accorsero purtroppo che era
completamente sabbioso, non c'erano anfratti in cui nascondersi e le lontane
pareti, erano lisce.
- Siamo spacciati...- Affermò Toti.
- Come spacciati... se quel mostro oserà avvicinarsi gli farò sentire le mie
robuste chele...- Sentenziò Gino guardando fiero le forti armi che aveva a
disposizione.
Poi l'ombra del mostro avanzò lentamente fino a loro lo squalo rallentò, quando
li vide, era evidente che voleva divertirsi... infatti...
Una sgradevole e fragorosa risata fece tremare la caverna, i due amici videro
direttamente la morte negli occhi di Shark, quello che scorsero non erano altro
che due palle nere opache, due sfere di morte.
La bocca dello squalo si spalancò, il grosso granchio, al confronto delle fauci
aperte e degli acuminati denti, era come una formica davanti ad un elefante e di
questo si rese conto ben presto anche Gino, infatti le sue chele non avrebbero
potuto neanche scalfire la dura pelle del mostro.
L'enorme bocca dello squalo si avvicinò a Gino che si spostò di lato per evitare
il primo attacco, mentre Toti schizzò via lontano come se fosse stato una molla.
- E' finita.- Pensò Gino il granchio...
- Adesso mi divora e non se ne accorge neppure.- L’orribile creatura
avvicinandosi, sembrò diventare sempre più grande e la bocca sempre più enorme,
si intravedeva nella poca luce rimasta qualche brandello di pesce fra i denti
dello squalo, Gino, pur tenendo eroicamente le sue tenaglie puntate verso il
mostro, chiuse gli occhi...
Lo strattone che senti Gino il granchio fu forte ma non doloroso allora, aprì
subito gli occhi ma non poteva vedere nulla l’acqua era tutta nera come
l'inchiostro... in quel momento capì.
Toti aveva usato la sua potente arma da difesa, infatti il totano che non si era
certamente arreso e non aveva abbandonato l’amico, aveva spruzzato tutto il nero
che aveva a disposizione, macchiando completamente l'acqua che li circondava,
poi era passato a velocità incredibile vicino all'amico e con i suoi forti
tentacoli lo aveva avvolto e strappato dal punto dove era, proprio mentre le
agghiaccianti fauci spalancate di Shark stavano abbattendosi su di lui.
Il mostro,
rabbioso per non aver potuto mangiare l'intruso, sbatté la lunga pinna della
coda tutto attorno colpendo fragorosamente la roccia circostante, nella speranza
di schiacciare i due amici, le mascelle gigantesche sbattevano producendo un
terribile suono, ma i due amici nascosti dal nero che aveva sparso Toti, si
tenevano in silenzio aggrappati alle rocce stretti l'uno all'altro, sperando di
non essere colpiti dai terribili colpi di coda del gigantesco mostro.
Il colore nero spruzzato dal totano, resisteva ancora perché nella grotta non
c'era una forte corrente a disperderlo quindi erano al sicuro ancora per un po’,
ma lo squalo non accettò quella prima sconfitta, voleva ucciderli, sbranarli,
romperli in tanti pezzetti, quindi gridò la sua rabbia.
- Vi troverò... non mi sfuggirete...- Dichiarò con l'agghiacciante voce
cavernosa.
- Non muoverti.- Sussurrò Toti all'amico.
- E chi si muove, sono terrorizzato, non riuscirei a muovermi neanche se
volessi.- Confessò Gino, con meno baldanza di prima, poi continuò.
- Certo che se davamo retta al piccolo pesce pagliaccio...- Ammise sconsolato.
- Ho paura che questa volta non ce la caveremo.- Confidò Toti all’amico, poi il
granchio di sorpresa disse...
- Forse ho avuto un'idea... seguimi.- Disse di scatto Gino prendendo per un
tentacolo Toti e trascinandolo verso il fondo sabbioso della caverna, mentre
erano ancora avvolti dal nero dell’acqua macchiata dal totano.
- Guarda che là c'è solo sabbia, non ci si può nascondere.- Affermò Toti.
- Forse proprio dove meno ci si aspetta, si trova il miglior nascondiglio.-
Sussurrò Gino ammiccando.
- Non far storie.- Continuò.
- Fra poco il nero che hai disciolto si diluirà ed il mostro potrà vederci, se
non mettiamo in atto il mio piano subito, non avremo scampo...- Toti si fidò
dell'amico, anche perché ormai non aveva più nulla da perdere, lo seguì… i due
amici arrivarono fino al fondo sabbioso, ed in quel momento Toti guardando
quella grande distesa di sabbia si sentii veramente perduto, il fondo era tutto
piatto senza l’ombra di un anfratto per entrarci… poi capì quello che il
furbacchione di Gino aveva architettato.
Il granchio, fece una buca nella sabbia ci spinse dentro il totano che entrò
malvolentieri, lo seppellì lasciandogli solo la possibilità di vedere con un
occhio, poi in men che non si dica, sprofondò a sua volta in un’altra buca fatta
nella sabbia vicino all’amico.
I granchi sono maestri nel seppellirsi nella sabbia, in pochi attimi anche lui
si era sepolto tenendo solo gli occhi fuori, ma non si potevano vedere, perché
erano ben mimetizzati confondendosi perfettamente con i grossi granuli di
sabbia, di cui era formato il fondo della caverna.
Poco dopo il nero che Toti aveva spruzzato si dissolse completamente e fu a quel
punto che il mostro tornò, li cercava mostrando i denti, più di una volta gli
passò vicinissimo, ma loro se restavano fermi, erano invisibili e loro erano
immobili.
I ripetuti passaggi di Shark, il terribile squalo, che non voleva rassegnarsi,
smisero solo dopo tre giorni, i due amici non osavano muoversi, erano come
paralizzati in quella posizione.
Poi finalmente, si accorsero che il mostro veramente non c'era più e solo allora
uscirono molto cautamente tremando per il terrore.
Avevano le membra totalmente indolenzite per la scomoda posizione che avevano
dovuto tenere per salvarsi la vita, ma nonostante tutto e con grande fatica
riuscirono a tornare a casa.
L’avventura che avevano vissuto non li scoraggiò e per Toti, divenne una bella storia da aggiungere alle altre sempre da raccontare ai suoi amici pesciolini, ma tutte le volte che la narra, si sente sempre terribilmente scosso, ed il racconto è talmente avvincente che non riesce a liberarsi dei suoi piccoli amici prima di aver promesso di raccontare una nuova avventura il giorno successivo.
C’era una grande casa nel centro di un piccolo paese abitato da folletti, il
padrone era un folletto molto saggio, molto severo, molto ricco, ma molto,
molto, molto vecchio.
Questo anziano folletto, aveva tanti figli bravi e seri che non vivevano più con
lui perché ogni uno di loro si era fatto una invidiabile posizione nel paese,
l’unico che era rimasto con lui, lo chiamava “ultimo figlio” purtroppo
scansafatiche com’era, non faceva altro che chiedere, chiedere sempre, senza mai
fare nulla. Il vecchio, aveva cercato tante volte di insegnargli a lavorare, ad
essere responsabile, ma senza alcun risultato, non sapeva più cosa fare poi col
passare degli anni, divenne sempre più debole e quindi rinunciò definitivamente
alla difficile impresa di insegnare a quel vagabondo figliolo il modo giusto di
comportarsi per poter vivere dignitosamente.
Un giorno il giovane folletto “ultimo figlio”, entrò in casa schiamazzando.
- Papà... papà... mi servono un po' di soldi, devo portare i miei amici alla
taverna, oggi tocca a me pagare per tutti...- Urlò a gran voce... non sentendo
risposta, si diresse verso la camera del vecchio genitore, sapeva di trovarlo lì
perché l’anziano, oramai ammalato già da tanto tempo non usciva più, bussò
leggermente alla porta ma non sentì risposta, quindi si affacciò rimanendo senza
parole, il vecchio folletto era morto.
Il funerale, fu
molto ricco, cose da mangiare e da bere erano a disposizione di tutti come era
nell’usanza del paese. Il corteo si snodò per tutto il centro ed alla fine della
cerimonia, i figli si riunirono nella casa del vecchio genitore per la veglia
funebre.
Dopo alcuni giorni dal funerale, il notaio del paese, un anziano folletto con
una lunga barba bianca, si presentò alla porta di casa per leggere il
testamento.
- Al figlio “numero uno”.- Lesse con voce imperiosa il notaio dal testamento.
- Lascio tutto l’argento che possiedo, so che ne farà un buon uso. Al figlio
“numero due”, lascio tutti i miei beni della zona ovest del paese. Al figlio
“numero tre”, lascio i sei negozi che si trovano al centro del paese... - Il
notaio dalla vistosa barba bianca, procedendo nella lettura, espose lentamente
tutto quello che riguardava i figli, poi continuò a leggere lo scritto del
vecchio folletto morto finché arrivò il momento di riferire la parte che
interessava l’ultimo figlio.
- Ad “ultimo figlio”, lascio la grande casa dove viviamo, ma condizionata da una
restrizione: non ne potrà disporre, né per la vendita, né per l’affitto, né
potrà cederla in alcun modo e per nessun motivo, potrà solo abitarla,
mantenendola in buono stato, inoltre finché non riuscirà a mantenere un lavoro
fisso con giusto profitto per almeno cinque anni, non potrà avere il pieno
possesso e neanche la disponibilità della proprietà.- “Ultimo figlio” restò di
stucco, il viso gli si sbiancò, gli altri figli lo guardavano compatendolo, il
vecchio genitore senza dubbio aveva voluto dare una lezione al figlio indolente
ed inaffidabile, infatti le proprietà date agli altri figli erano tutte dello
stesso valore, mentre la casa lasciata al figlio più piccolo, nonostante fosse
una grande casa aveva un valore senza dubbio molto inferiore alle proprietà
degli altri e poi con quei vincoli restrittivi, in pratica lui poteva solo
viverci dentro, senza fare alcuna modifica o altro.
Il giovane folletto guardò i fratelli che erano stati molto più favoriti nei
beni che avevano ricevuto, allora si alzò e si allontanò lentamente molto
dispiaciuto, fu seguito dagli sguardi compassionevoli degli altri, poi già sulla
porta, si girò e con una punta d’orgoglio determinato dalla lettura del
testamento disse:
- Io ho commesso sicuramente tanti errori, per questo non ho ricevuto lo stesso
valore che avete ricevuto voi, ma non temete, in poco tempo, usando il mio
lavoro e la mia testa... vi assicuro che sarò ricco come voi, anzi lo sarò di
più.- Il giovane folletto era molto deciso ma gli altri lo guardarono nuovamente
compatendolo, sapevano perfettamente che senza sacrifici, non si ottiene nulla.
Si sbagliarono tutti, infatti il giovane folletto trovò subito un lavoro,
all’inizio era un semplice operaio, poi dimostrando di essere affidabile,
divenne il responsabile, poi confermando a tutti che era cambiato, gli venne
concessa ulteriore fiducia e lui ripagò con ottimi risultati, mantenendo così
quello che aveva detto ai fratelli alla lettura del testamento.
- E’ permesso...
?- Chiese il vecchio notaio bussando alla porta della grande casa dove abitava
il folletto “ultimo figlio”.
- Avanti... Si accomodi.- Rispose cortese “ultimo figlio” che era il nuovo
padrone di casa.
- Qual buon vento ?- Continuò con gentilezza il giovane folletto.
- Sono qui in veste ufficiale...- Disse l’anziano notaio dalla barba bianca,
aggiungendo:
- Ho qui una cosa molto importante da parte di suo padre.- Aprì la capiente
borsa, davanti alla disorientata ed attonita espressione del giovane.
- Sono già passati cinque anni dalla morte di suo padre, ho controllato la casa
come era richiesto nello scritto testamentario, ho notato con piacere che è
tenuta in modo perfetto, quindi devo semplicemente dar seguito al testamento
consegnando questo pacco… fatto questo potrò andarmene.- Lasciò il pacco sul
tavolo, salutò ed uscì.
Il giovane folletto attonito si accinse a tagliare l’involucro esterno, si
presentò alla sua vista una robusta scatola... l’aprì. Era piena zeppa di monete
d’oro.
Il mio nome è Khyr, mi sono auto nominato osservatore degli eventi del bosco e questa breve storiella capitata qualche tempo addietro, fa capire quanto siano vere certe voci che definiscono la Gazza “ladra”, molto stupida, lo è di sicuro, non che lo siano tutte però una c’è stata certamente.
Era appena
arrivata la primavera, ed un nuovo nido era stato preparato con molta cura, era
situato proprio dentro la cavità di un albero altissimo ed antichissimo, tenevo
d’occhio il nido e dopo poco tempo, notai che l’ospite, era una bellissima
Gazza.
- Ciao... ben arrivata in questa zona.- Le dissi dall’albero vicino, volevo
essere cordiale con la nuova venuta, mi guardò, si girò e fece finta di non
avermi né visto né sentito. Io non sono un tipo che si offende, quindi non me la
presi più di tanto, continuai a fare il mio giro senza più occuparmi di lei.
Passarono parecchi giorni e nella piazza principale della comunità… la “radura
del ritrovo”, si incominciò a parlare della Gazza... non aveva amici, non
salutava nessuno e non voleva che nessuno si avvicinasse al suo nido,
naturalmente questo, stimolò la curiosità di tutto il vicinato, soprattutto dei
più piccoli, infatti un giorno...
- Chi va di noi tre.- Disse un piccolo verme completamente rosso con i
mobilissimi occhietti da furbo.
- Il più adatto sarebbe Andy, è il più veloce di noi, ed il suo colore verde
striato di marrone lo rende quasi invisibile, sicuramente riuscirà ad
intrufolarsi, ed uscire senza farsi catturare.-
- Ma io... ho paura...- Piagnucolò Andy guardando gli altri con i grandi occhi
un po' umidi.
- E se mi prende ?… Non c’è da scherzare, lei vive di bruchi come me...- Disse
riferendosi alla Gazza recentemente arrivata nella zona.
Io ero nei paraggi e sentii tutto, allora intervenni dicendo:
- Ragazzi non fate stupidate... ricordatevi che le Gazze, hanno una vista molto
acuta e sono rapidissime, non gli sfuggireste di certo.- Ma uno di loro ribatté.
- Stavamo scherzando... non ci pensiamo neppure di importunare la Gazza.-
Invece, era proprio quello che intendevano fare, infatti il giorno dopo Andy fu
convinto dagli altri due ad andare nel nido della Gazza in esplorazione.
- Siete sicuri che non mi vedrà ?- Chiese sconsolato Andy agli altri, cercando
una rassicurazione che naturalmente trovò.
- Certamente... tu sei il più furbo, il più intelligente e poi sei anche il più
veloce di noi... quindi non aver paura andrai in quel nido senza problemi, così
ci toglieremo la curiosità di sapere cosa contiene di così prezioso… Appena
qualcuno si sta’ avvicinando, viene scacciato in malo modo… chissà cosa c’è,
inoltre saremo per sempre ricordati come i più coraggiosi, anzi… tu sarai
ricordato come il più coraggioso.- Disse l’altro bruco per far coraggio ad Andy
che sembrava sempre meno convinto, tuttavia, nonostante la paura ed i brutti
pensieri che lo portavano a convincersi di finire nel becco della Gazza… andò.
I tre vermetti,
si arrampicarono lungo l’albero dove c’era il nido della Gazza, passarono dal
lato nord, era folto di muschio che li proteggeva alla vista di chiunque,
strisciarono lentamente fino al buco ed aspettarono di vedere la gazza che uscì
come tutti i giorni in cerca di prede, i vermi, i bruchi, ed i lombrichi, erano
il suo cibo preferito.
- Vai... cosa aspetti... - Incitò un vermetto spingendo Andy.
- Che fretta c’è... è appena uscita, chissà quando ritornerà.- Reagì prontamente
Andy.
- Andrò quando lo deciderò io.- Aggiunse… poi si fece forza ed incominciò a
strisciare verso l’ingresso del nido, entrò sbalordendo gli altri due che non
credevano si sarebbe introdotto veramente, non lo avevano creduto neppure dopo
che aveva confermato, eppure si introdusse.
Agli occhi di Andy, una volta superato il bordo del buco divenuto il nido
dell’uccello, si presentò una scena meravigliosa, le pareti del grande incavo,
erano tappezzate di cose meravigliose, oro, gemme, catenelle luminescenti, perle
opalescenti, anelli, in quel “prezioso” nido, c’era ogni ben di Dio,
evidentemente la Gazza aveva recuperato tutto nelle sue escursioni, era per
questo che non permetteva a nessuno di vedere la sua casa… era una “ladra”.
- Aaaandyyyy……..-
Urlò disperato uno dei bruchi.
Il motivo che li faceva gridare era semplice, avevano visto la Gazza tornare,
era ancora lontana, ma stava arrivando rapidamente, le loro grida non ebbero
alcun risultato, Andy era abbagliato da tutto quello splendore e si era
attardato, la Gazza era tornata prima del previsto ed il vento aveva portato le
grida dei due vermetti lontano, molto lontano.
- E’ spacciato.- Affermò sicuro un vermetto quando sentì la Gazza sbattere le
ali per poi ancorarsi con gli artigli acuminati al bordo del nido.
- Non ha possibilità di scampo.- Asserì indicando la strada del ritorno
all’altro vermetto sconsolato.
- Peccato per Andy era un vero amico.- Aggiunse.
Iniziarono
lentamente la discesa e poco dopo videro la Gazza uscire nuovamente dal nido
lanciando un terribile grido.
- Hai sentito... lo fa sempre quando mangia una preda... povero Andy.- Continuò
ad alta voce ripensando al vermetto suo amico.
- Che brutta fine…- Sussurrò demoralizzato l’altro.
- Povero Andy… brutta fine un accidente...- Gridò Andy con fare rabbioso. Gli
altri due spalancarono gli occhi increduli e videro l’amico vivo e vegeto
davanti a loro.
- Sei proprio tu...- Chiese inutilmente uno dei vermetti.
- No! sono un altro... razza di deficiente...- Tuonò Andy con tutta la voce che
aveva. Era molto arrabbiato perché i due amici se ne erano subito andati, ma poi
come sempre succedeva, gli passò la stizza ed incalzato dagli altri due
incominciò a raccontare come se l’era cavata.
- Come sapete ero
entrato, stavo guardando stupito tutti quei gioielli preziosi pensando che
quella Gazza probabilmente era l’essere più ricco di tutta la zona, quando
sentii un battito d’ali ed un forte fruscio, mi girai e vidi la gazza che si era
appena appoggiata al bordo della fenditura divenuto il suo nido, si accingeva ad
entrare, mi sentii perduto ma per fortuna non mi aveva ancora visto… dallo
spavento caddi dentro ad un ditale d’oro, mi raggomitolai sul fondo e pregai… se
la Gazza mi aveva visto non avrei avuto scampo ed ora non sarei qui a
raccontarlo, ma lei uscì quasi subito ed ebbi la possibilità di andarmene
indisturbato e senza altri problemi, escludendo naturalmente una grande paura
che voi fifoni non proverete mai.- Concluse spingendo sulla parola fifoni.
Il racconto dei vermetti con l’aggiunta della descrizione dei tesori che
conteneva il nido della Gazza passò di bocca in bocca diventando sempre più
grande. Alla fine dell’inverno il racconto era esagerato, ma all’inizio
dell’estate successiva, la storia dell’enorme ricchezza della Gazza era già una
leggenda.
Un giorno un pavone, nella “radura del ritrovo”, disse che l’avara Gazza a forza
di stare a contatto dell’oro, senza dubbio si era contaminata e tirchia come
era, secondo lui ne aveva anche mangiato, così la taccagna non sarebbe vissuta
ancora per molto.
La Gazza, passava per la radura proprio in quel momento, ed intuì che si stava
parlando di lei, si avvicinò e sentì l’ultima frase detta da un’oca un po'
tonta...
- Certamente si è fatta le budella d’oro...- Disse riferendosi al fatto che
forse la Gazza aveva mangiato oro, questa breve frase di un vecchio detto
popolare, fece fantasticare l’uccello che si informò dal pavone il quale,
ironicamente confermò il vecchio detto.
La Gazza era troppo ottusa per capire lo scherzo, la cupidigia l’aveva ormai
accecata, credette senza buonsenso a quello che aveva sentito.
Passarono alcuni mesi, non riusciva a rubare nulla di valore e questo le stava
pesando notevolmente, quindi incominciò a pensare a quella vecchia frase...
- Se è vero che ormai ho le interiora d’oro non devo fare altro che farmi un
piccolo forellino nello stomaco ed estrarle… così potrò aggiungere al mio tesoro
altro oro.- L’insensata idea la perseguitava, il sapere che dentro di sé ci
fosse dell’oro e non potesse prenderlo, la faceva impazzire, così un mattino,
prese la tragica decisione.
Stavo
passeggiando tranquillo sotto l’albero della Gazza, quando intravidi qualche
cosa in mezzo all’erba.
Mi avvicinai… come osservatore degli eventi del bosco, dovevo sapere, anche se
vi confesso che avevo un po' di paura, poi...
- Non è vero… non ho… le viscere… d’oro... non è vero... non… è… vero...-
Confessò l’agonizzante uccello trattenendo fra gli artigli qualche cosa che
certamente non era oro…
Poco dopo spirò.
Guardai l’ormai esanime Gazza che presentava un grosso buco nel centro del corpo
da dove fuoriuscivano parti di interiora. Con quel becco acuminato doveva essere
stato semplice praticarsi quel foro.
- La stupida, spilorcia e bramosa Gazza Ladra non aveva pensato alle conseguenze
di quel gesto... la morte.
In un piccolo
paese della Scozia occidentale, si racconta di un ragazzo molto sgradevole, era
un gran lavoratore e solo per questo a malapena era sopportato dalla comunità.
Al di fuori del lavoro era detestato perché il suo unico divertimento era quello
di fare scherzi a tutti e non si limitava a scherzi innocenti, spesso i suoi
scherzi erano veramente pesanti ed odiosi.
Una notte si era intrufolato in una stamberga dove viveva da sola un’anziana
donna molto superstiziosa, ed aveva infisso nel terreno davanti alla casa molte
croci dipinte di rosso sangue, la vecchia ormai ci lasciava le penne.
Un’altra volta, aveva cosparso di escrementi il davanzale della finestra del
panettiere che dopo aver lavorato tutta la notte, era solito, prima di andare a
letto, chiudere le pesanti ante esterne per non far passare la luce, per fare
questo appoggiava le mani al davanzale, quella volta si imbrattò di sterco, le
grida furiose risuonarono in tutto il paese, ma solo una persona rideva a
crepapelle sotto lo sguardo di commiserazione dei paesani.
Ma la cosa più intollerabile ed anche l’ultima che commise, fu contro i bambini
della scuola.
Aveva portato nell’unica aula del paese dove sarebbero arrivati poco dopo gli
alunni, un sacco pieno di bisce, rane, ramarri ed altri animali viscidi e
rivoltanti, sistemò il grande sacco in bilico sulla porta in modo che cadesse e
si aprisse quando la stessa veniva chiusa per l’inizio delle lezioni, i bambini
entrarono, la maestra li salutò ad uno ad uno e quando anche l’ultimo fu entrato
lei chiuse la porta, il sacco cadde e si rovesciò, iniziarono ad uscire le
bestie che spaventarono a morte i fanciulli, i più piccoli erano saliti sui
banchi, la classe era al piano terra, ed alcuni bambini cercavano scampo
saltando dalle finestre, la maestra si adoperava per tranquillizzare la classe
ormai ingovernabile, in poco tempo alle grida di aiuto molti adulti erano
accorsi e la situazione non tornò alla normalità prima di un paio di ore, ma
tutti avevano notato che poco distante qualcuno rideva a crepapelle.
- Non sarà troppo
duro ?- Stava chiedendo uno.
- No ! Se fosse per me farei ben di peggio...- Esclamò l’altro deciso.
- Quello stolto si merita ben altro...- Aggiunse con enfasi e pronto a
continuare sul loro intento.
- Ok... io ci sto, una lezione se la merita.- Confermò il terzo.
Il ragazzo,
viveva da solo in una tetra casa fuori dal paese, era talmente irritante e
detestabile che molti erano contenti che la posizione della sua abitazione fosse
fuori dallo sguardo degli altri e questo aiutò i tre ideatori che avevano
architettato un indegno scherzo all’ignaro.
Attesero tutta la sera, poi il ragazzo con passo lento arrivò a casa, entrò
chiuse la porta con doppia mandata, evidentemente aveva paura che volessero
fargli degli scherzi come lui era solito attuare, i tre attesero ancora
pazientemente che la luce si spegnesse, poi silenziosamente iniziarono il lavoro
che era destinato a dare il ben servito all’intollerabile ragazzo.
La porta si spalancò, lui si stiracchiò rumorosamente alla pallida luce
dell’alba, sulla soglia di casa, accennò il passo per uscire, ma qualche cosa lo
trattenne… un grosso filo da pesca era stato tirato e fissato all’altezza delle
caviglie ed era praticamente impossibile da vedere, cadde pesantemente in
avanti, buttò le mani verso il terreno ma non parò la caduta, perché la polvere
che vedeva non era terra, infatti una grande buca era stata scavata davanti
all’ingresso della sua casa, ed era stata riempita di un fluido nero e denso,
forse petrolio mescolato a pece.
La buca non era più profonda di mezzo metro, ma molto larga e fu sufficiente per
ricoprirlo completamente, uscì dimenandosi era completamente impiastricciato di
quell’orrendo liquido, cercava di scrollarselo di dosso senza riuscirvi,
guardava verso la strada con ira e solo allora si accorse che un sacco di gente
lo stava guardando in silenzio, si girò con urla, parole e gesti sconci poi si
avviò per rientrare in casa, fu a quel punto che una massa enorme di penne e
piume gli cadde addosso dall’alto, ricoperto com’era di liquido viscoso, tutto
quello che lo toccava, gli restava ben appiccicato addosso, lui cercava di
togliersi di dosso tutte quelle piume, ma più si dimenava e più gli aderivano,
ne aveva da tutte le parti, nelle orecchie, in bocca e nei capelli oltre che su
tutto il corpo. A questo punto gli “spettatori” si misero a ridere, più lui si
dimenava più gli altri ridevano cercò ancora di rientrare in casa dimenticandosi
del grosso filo da pesca, ancora una volta gli trattenne i piedi facendolo
nuovamente rovinare a terra questa volta dentro casa, sporcando indecentemente
l’interno già di per se lurido.
Quel vecchio scherzo funzionava sempre e tutti pensarono che aveva ricevuto la
lezione che meritava, poi le risate si affievolirono fino a spegnersi, e tutti
se ne andarono lasciandolo alle prese con quel liquido denso e colloso.
Lui non uscì di casa per diverso tempo e quando cercò di riallacciare i rapporti
con la gente che aveva da sempre molestato, trovò una situazione gelida che non
gli permise di avere alcun interlocutore, poi un giorno si seppe che si era
trasferito dal paese ed aveva messo in vendita la sua casa.